Alla fine, al teatro “Maria De Rosis”, la gente è rimasta in piedi per più di cinque minuti. Cinque minuti sono lunghi, se li conti. Paolo Ruffini, che fa questo mestiere da vent'anni e ai teatri pieni è abituato, si è messo a piangere sul palco. Ha ringraziato la Calabria per aver aperto il cuore.
Lunedì 7 settembre ero lì e ho applaudito anche io. È nel tragitto verso casa che mi è venuta una domanda che non mi sono più tolto: quell'applauso a chi lo stavamo facendo davvero? Perché “Din Don Down. Alla ricerca di (D)io” non è lo spettacolo che uno si aspetta. Ruffini sta in scena con gli attori della Compagnia “Mayor Von Frinzius”, ragazzi quasi tutti con sindrome di Down, e per cento minuti fa esattamente il contrario di quello che ci si aspetta da uno spettacolo che porta in scena diversamente abili. Non commuove immediatamente. Fa ridere e fa ridere sporco, nei termini puri del politicamente scorretto. Li lascia improvvisare, si fa smontare, perde le battute contro di loro e ci mette la faccia da perdente. In mezzo infila i monologhi veri: che cosa vuol dire essere normali, che cosa facciamo di preciso quando l'altro soffre, perché abbiamo smesso di immaginare. La fragilità, dice, non è il difetto di qualcuno, è la condizione di tutti.
Funziona perché toglie di mezzo la distanza. “L'ironia non distingue tra chi è normale e chi non lo è. Al contrario, elimina quella distinzione”. Nel momento in cui ridi di Federico Parlanti mentre lui ride di te, la questione è chiusa: siete due persone nello stesso posto alla stessa ora.
E qui comincia la parte scomoda. Perché c'è un modo tutto nostro di trattare la disabilità ed è il modo affettuoso. Il ragazzo down è sempre un angelo, un sole, un puro di cuore. Sembra una carezza, invece è una recinzione. Un angelo non lo assumi, non lo paghi, non lo mandi a fare una commissione, non ci litighi, non gli chiedi conto di un ritardo. Lo ammiri da fuori e lo lasci dove sta. Ruffini lo ha detto meglio di come lo direbbe chiunque: “Il pietismo è la forma più ipocrita di distanza tra gli esseri umani”. Ed è per questo che ripete, a chi lo accusa di sfruttare queste persone, una frase che dovrebbe far riflettere molti: “Non faccio spettacoli di beneficenza, faccio impresa”. Quei ragazzi sono attori pagati. Provano, girano l'Italia, riempiono l'Arena di Verona. Non sono il pretesto di una serata.
Noi invece, lunedì, siamo stati lì ad assistere a uno show inimmaginabile. E poi la presa di coscienza, perché nella platea del De Rosis non c'era nessuno che si consideri una persona che discrimina. Nessuno lo pensa mai di sé. Dalle nostre parti, però, la discriminazione non ha la faccia cattiva, ha la faccia delle ore di sostegno assegnate a ottobre inoltrato e tagliate dopo Natale. Ha la faccia dei centri che chiudono a luglio perché mancano gli operatori e le famiglie restano sole tre mesi. Ha la faccia del pulmino che nelle frazioni non arriva. Ha la faccia della domanda che quasi nessun imprenditore di questa provincia si è mai posto sul serio: e se ne assumessi uno?
Ha, soprattutto, la faccia di quelle madri che a sessant'anni si chiedono cosa succederà al figlio quando loro non ci saranno più e non trovano la risposta in nessun piano di zona, in nessun bilancio comunale, da nessuna parte.
Ecco perché applaudire è facile. Commuoversi costa ancora meno. Sono le uniche due cose che possiamo fare senza che ci venga chiesto niente in cambio. Per questo motivo le facciamo benissimo.
Resta un'ultima cosa, quella che mi ha messo più a disagio. Ruffini ha detto grazie a noi per aver aperto il cuore. Ma quella sera, sul palco, non c'era nessuno che chiedeva di essere accettato. C'erano sei o sette persone che lavoravano, che si divertivano e che stavano al mondo con una naturalezza che in platea nessuno di noi possiede più. Il cuore aperto ce l'avevano loro. Noi eravamo il pubblico.
Li chiamiamo diversi perché li riconosciamo a vista. Ma la deviazione vera è la nostra e ha solo il vantaggio di non vedersi in faccia. Abbiamo imparato a fingere bene, a misurare l'affetto, a tenerci alla giusta distanza e a chiamare tutto questo maturità.
Cinque minuti di applausi e poi a casa. Loro, martedì mattina, erano ancora così. Noi, speriamo, almeno un po' cambiati.
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