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(O forse come un’epifania settembrina)

“Amo l’ autunno, triste stagione che si addice ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie. Quando il cielo conserva ancora, al crepuscolo, la tinta rossastra che indora l’erba appassita, è dolce vedere spegnersi tutto ciò che fino a poco tempo prima ancora ardeva in noi”.

È così che ha inizio “Novembre” di Flaubert, in piena sintonia con lo spleen romantico del protagonista, che annoiato e malinconico riflette sull’esistenza e la solitudine, fino a quando incontra Marie, giovane prostituta, con la quale avrà le sue prime esperienze, e della quale si innamorerà. Anche l’animo di Marie è tormentato e dolente, e l’amore non trionferà. Non viaggiamo, con Flaubert, per gli stessi lidi di “Pretty Woman”, sicuramente però il sentire del (giovane) Flaubert sull’autunno parrebbe essere universale. I ricordi sembrano destarsi tutti, e se pur una certa indolenza può impigrire l’azione, di contro le emozioni sembrano voler rincorrere una danza, a tratti forsennata, a tratti lenta. E le immagini evocate da un sentore autunnale diventano nitide, e quasi concrete. Una su tutte, in questa (per la scrivente) domenica di settembre, di fine settembre, è data dalla ritualità di una ricorrenza, che non so se a sud dell’anima, in quel di Terranova dove risiede tutto ciò che sono stata e sono ancora, è ancora onorata e praticata. E lo spleen nell’evocarla, nel ricordarla, si tinge di rosso e arancio: il colore del fuoco, vivo, acceso, che scalda, che nutre, il colore della carcarena di San Cosimo e Damiano. Così preziosa nella mia memoria, perché bella, malinconica, come può esserlo un fuoco acceso una sera di fine settembre, in una realtà di provincia, eppure viva come sa esserlo quella provincia che si alimenta di chiacchiere e “vecchiarelle”, che sembrano avere lo stesso sapore, e le donne hanno già messo il maglioncino sulle spalle che decreta la fine dell’estate. È quel fuoco che arde in me ogni fine settembre, che travalica le dimensioni spazio temporali, e mi riporta in una provincia sudista dove ancora risiede una infanzia, uno scorcio calabro come un affresco, una quiete malinconica, le Marlboro di mio padre, la sua mano che stringe la mia, riaccompagnandomi a casa. E l’uscio è chiuso. Il crepitio del fuoco è più distante, il legno si consuma: nel vicolo e nella memoria. La tua mano non stringe più la mia, è ancora una volta dissolvenza in nero. Eppure, amo l’autunno, e lo scoppiettio di un fuoco, in una sera di fine settembre.

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