Navanteri

anna de blasiE’ inutile girarci intorno l’evento televisivo dell’anno è stato uno, e solo uno : il ritorno sul palco di San Remo della coppia per eccellenza: Albano e Romina. Tutti, ma proprio tutti, intellettuali e non, ne hanno parlato. Sulle note di “Felicità” e “Cara terra mia”, nell’anno di grazia 2015 il tempo si è fermato. Il festival della restaurazione ha riportato indietro le lancette del tempo, Albano e Romina, con il loro sogno (infranto) di eterna felicità hanno cantato un’Italia che (senza alcun rimpianto) non c’è più.

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Non c’è più? Chissà. Forse non molto è cambiato, anche se la grande storia ha portato via muri e ideali. Nell’era del politicamente corretto anche le distinzioni nette fra sinistra e destra si sono assottigliate, o forse più che per gentile correttezza per bieco opportunismo. Albano e Romina resistono. Le canzoni nazional popolari rassicurano, ed è per questo che diventano immortali. Non è un giudizio di merito, ma di circostanza, d’altronde lo scriveva bene Milan Kundera (mio adorato): la nostalgia rende affascinante anche la ghigliottina. E’ l’essenza di quel qualcosa che c’è stato e non c’è più ad entusiasmare. L’Italia narrata e cantata, del sogno felice, del per sempre, della famiglia da mulino bianco, è inesistente. Non è mai esistita, con buona pace di “Bicchieri di vino e panini”. Ma c’è un tempo dove tutto ciò è stato reale, e possibile. E’ il tempo dell’infanzia. Quando Albano e Romina cantavano, io ero una bambina, il mondo era diviso in due, il muro non era ancora caduto (sarebbe caduto di lì a poco con grande disappunto di mio padre), ma di tutte queste cose io non avevo la minima coscienza. Io cantavo. Stonatissima, allora come ora. Ignara dei disegni della Storia e di “verità” vendute a buon mercato. Cantavo. E per un attimo quel canto leggero e spensierato ritorna. Con tutta la sua struggente, enfatica, nazional popolare, nostalgica felicità. Perché la felicità è un sospiro. Un ricordo. Un ritrovarsi, abbracciando tutta la propria essenza.

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