Parresia significa dire la verità, anche quando è scomoda. E la verità, oggi, sul futuro del presidio sanitario di San Marco Argentano, è che il silenzio delle istituzioni pesa quanto una decisione politica già presa.
Cresce la preoccupazione tra cittadini e pazienti di un territorio che da anni chiede risposte concrete sul diritto alla salute. Appelli, assemblee pubbliche, prese di posizione ufficiali: nulla è mancato sul piano della partecipazione civica. L’ultima grande mobilitazione, l’assemblea pubblica del 28 giugno 2025, con centinaia di persone presenti, aveva portato i sindaci ad assumere un impegno pubblico: camminare insieme, rappresentare le istanze delle comunità, difendere il presidio sanitario.
Da allora, però, il vuoto.
Nessuna convocazione per il comitato, nessun confronto, nessuna spiegazione. Eppure un incontro era stato annunciato ufficialmente, persino notificato via PEC, con firma della sindaca di San Marco Argentano, Virginia Mariotti. A quella promessa non è seguito nulla.
Ancora più sconcertante è il silenzio generale della Conferenza dei sindaci, che nel gennaio 2021 aveva approvato una deliberazione per chiedere il ripristino di un ospedale spoke con 80 posti letto a San Marco Argentano. Una posizione chiara, formalizzata, poi lentamente dissolta dopo la prima elezione del presidente della Regione, Roberto Occhiuto. Da allora la Conferenza sembra essere uscita di scena, più attenta a preservare equilibri politici che ad affrontare criticità sanitarie più volte denunciate.
I recenti episodi avvenuti presso il Punto di Primo Intervento, riportati dagli organi di stampa, sono stati definiti da Mariotti come “una macchia su un vestito elegante”. Ma il problema è proprio questo: si continua a parlare di macchie, quando non ci si rende conto che quel vestito elegante non ha più neanche la stoffa.
Il PPI, sin dalla sua istituzione, è apparso nel disastroso contesto regionale come una struttura ibrida, ambigua, capace di generare confusione nei cittadini e insicurezza nel personale sanitario, spesso costretto a prendere decisioni delicatissime senza un quadro organizzativo chiaro. Si sono registrati, in più occasioni, atteggiamenti difensivi e talvolta respingenti verso i pazienti. Tuttavia non sarebbe corretto generalizzare o criminalizzare chi opera in condizioni difficili ed incerte. Resta comunque un dato oggettivo: nonostante tutte le contraddizioni, il PPI ha evitato circa 5.000 accessi l’anno ai pronto soccorso dei territori limitrofi.
Oggi, però, quanto accaduto rischia di produrre un danno ulteriore: la perdita definitiva di fiducia. I cittadini, già disorientati, potrebbero rinunciare del tutto a rivolgersi a una struttura percepita come fragile e incoerente. Un ottimo pretesto per poter scrivere la parola fine su di un servizio che, più che smantellato, andrebbe meglio inquadrato nonché rafforzato. Una responsabilità che ricade direttamente sulla Regione Calabria e sull’ASP di Cosenza, cui spetta l’organizzazione e la garanzia dei servizi.
Ma il problema è ancora più profondo. Dal 2016, la struttura commissariale ha deciso la chiusura del PPI, scelta poi confermata dalla riorganizzazione dell’emergenza-urgenza a firma dell’attuale commissario Occhiuto. Non siamo più di fronte a un dibattito sull’efficienza o sulle problematiche di un servizio, bensì sulla sua esistenza.
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