Navanteri

Gli umori e gli amori dei padri salvano o dannano intere generazioni. Se la psicologia rintraccia nel legame disfunzionale tra padri e figli la causa di numerosi malesseri comportamentali di questi ultimi, la letteratura ‒ che eccelle in profondità esplorativa ‒ offre terreno fertile per raccontare quelle degenerate figure paterne che hanno il potere di crocifiggere intere esistenze sul duro legno dell’insicurezza e della rassegnazione.

Bnl


Su queste stesse colonne abbiamo recensito, pochi mesi addietro, L’anniversario di Andrea Bajani e La sua preferita di Sarah Jollien-Fardel, romanzi che, non privi di richiami all’esperienza letteraria kafkiana, pongono le proprie fondamenta sulle figure di padri violenti, indifferenti e anaffettivi, incapaci ‒ per perversa volontà o semplicemente per naturale avversione ‒ di trasmettere nella prole quel minimo calore umano che ci si aspetterebbe da chi ha generato una vita.
Diverso ed encomiabile l’uomo ‒ prima ancora che il padre ‒ ritratto con rimpianto da Dario Voltolini in Invernale ‒ anch’esso recensito a suo tempo su questa medesima testata ‒, libro che, sotto molteplici punti di vista ‒ la malattia terminale, il dolore, il significato dell’assenza ‒, somiglia a Il giardiniere e la morte, ultima fatica narrativa di Georgi Gospodinov, di cui ci accingiamo a scrivere.
Senza mezzi termini e con un lucido realismo che disillude il lettore, sottraendogli sin da principio il beneficio del dubbio ‒ e, dunque, della speranza ‒, l’autore bulgaro svela già nell’incipit quella che sarà la sorte del protagonista: «Mio padre era giardiniere. Ora è giardino». Una sentenza inappellabile, quasi un epitaffio, che non lascia margine ad alcuna interpretazione: la morte incombe, ma non recide la vita con uno spietato colpo di mannaia, semplicemente la trasforma, ne cambia i contorni, le prospettive, la libera dalla responsabilità della fatica, la sgrava dal peso della materialità e, al contempo, la ingravida di una forza generatrice, cosicché colui che lavorava la terra sotto la quale giace è destinato biologicamente a ridare vita nel ciclo infinito di decomposizione dei corpi e spiritualmente a far fiorire un giardino di ricordi e insegnamenti in coloro che restano e inevitabilmente si macerano nella nostalgia.
Del resto, lo stesso Gospodinov avverte con rimarchevole sottigliezza che «[…] questo non è un libro sulla morte, ma sulla malinconia per la vita che se ne va» e ciò intima a chi si avventura tra le pagine di non cedere allo scoraggiamento e di non lasciarsi atterrire dall’uscita di scena del personaggio principale.
L’autore, sebbene consapevole del fatto che «ogni storia, perfino se è avvenuta ed è personale, una volta passata attraverso la lingua, quando si è rivestita di parole, non ci appartiene più, fa già parte sia dell’ordine della realtà che di quello della finzione», trasforma il romanzo in una tenera carezza verso un padre scomparso, rievocando gli ultimi istanti sublimati dalla sofferenza e purificandoli attraverso il lavacro dell’inchiostro per generare un racconto capace di cristallizzare nel tempo e oltre il tempo le vicende di una figura che non merita d’esser dimenticata. 
L’infermità, la perdita di indipendenza, l’incapacità di portare avanti le incombenze quotidiane, la lotta contro un male lancinante attutito solo in parte dagli oppiacei offrono l’occasione per celebrare l’antico rito della scrittura ed averne in cambio quel potere terapeutico che permette tanto a Gospodinov quanto al lettore di affrontare a viso aperto le inderogabili domande sul come sopravvivere al lutto e su cosa fare nel grigiore interminabile del dopo, benché aleggi tremenda una questione alla quale è impossibile donare risposta: «Noi ci siamo ancora quando se ne va l’ultima persona che ci ricorda come bambini? […]».
Il giardiniere e la morte è un concentrato di delicatezza e umanità, un tentativo di sondare l’ignoto, di calarsi negli abissi per provare a conoscere la «malinconia di chi muore. Malinconia che si nutre non solo del passato, ma anche, e ancor più, del futuro», un modo nobile e nient’affatto scontato di tradurre sul piano delle cose tangibili quell’equazione di Dirac che descrive corpi che hanno interagito intensamente e continuano a farlo, nonostante siano ormai separati nel tempo e nello spazio.
Gospodinov sa che la vita del giardiniere prima o poi termina, ma non ignora che ogni giardino continuerà a fiorire ed è questa la più grande lezione che possiam trarre dall’intricato mistero del non esser più. Non omnis moriar.

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