E il Mediterraneo non ha finito di restituire morti

Sono passati tre anni dal naufragio di Steccato di Cutro, eppure non è bastato a trasformare quella ferita in cicatrice. Novantaquattro croci sono state piantate nella sabbia per ricordare vite spezzate, davanti all'incredulità di una terra che non ha potuto far altro che rimanere a guardare.

Bnl

Ieri, a Crotone, i familiari dei dispersi e i sopravvissuti hanno continuato a chiedere verità e rispetto, affinché la memoria non si trasformi in una cerimonia annuale con fiori e parole. Non cercano consolazioni pubbliche. Cercano risposte che siano all’altezza del dolore privato.
Cutro non è stata soltanto una tragedia. È stata una frattura morale. Perché quel barcone si è spezzato a pochi metri dalla riva, davanti a una terra che conosce bene il mare e sa che può voler dire salvezza e anche morte. Approdo e abisso. In quella notte, il nostro mare Jonio ha mostrato il suo lato peggiore, purtroppo, trasformandosi in un assassino senza pietà.
E se pensavamo che fosse finita, ci sbagliavamo! In questi giorni, infatti, anche il Tirreno ha riportato a riva resti di uomini e donne senza nome. Non sappiamo da dove siano partiti, né quando abbiano perso la vita. Sappiamo soltanto che il viaggio si è concluso così, tra le correnti e l'oblio, questo per ricordarci che la storia non si è fermata a quella notte di febbraio 2023.
Oggi, a distanza di tre anni, forse il punto non è stabilire se qualcosa sia cambiato o meno. Il punto è riconoscere che il Mediterraneo resta una frontiera aperta, fragile, attraversata da tensioni geopolitiche, interessi economici, disperazioni individuali. Ridurre tutto a una contrapposizione tra accoglienza e chiusura è un modo per semplificare una realtà che semplice non è. Eppure una cosa appare evidente, il dolore non si gestisce con la retorica. Non si amministra con le formule.
Le 94 croci di Cutro non appartengono solo ai loro familiari. Appartengono a una coscienza collettiva che ogni tanto preferisce voltarsi dall’altra parte. Non per cattiveria, ma per stanchezza. Perché il flusso continuo delle tragedie anestetizza. Ci si abitua anche all’orrore, se diventa cronaca ripetuta.
E invece bisognerebbe resistere a questa assuefazione. Non per trasformare ogni anniversario in un tribunale, ma per restituire senso alla parola “responsabilità”. Che non è necessariamente colpa. È consapevolezza. È capacità di non ridurre le vite a cifre, le cifre a statistiche, le statistiche a dibattito televisivo.
Cutro resta lì, sulla mappa e nella memoria. Non come simbolo da esibire, ma come luogo concreto dove il mare ha inghiottito sogni e restituito corpi. Domani qualcuno deporrà un fiore. Qualcun altro parlerà. Qualcun altro ancora sceglierà il silenzio. Tutto legittimo. Ma ciò che conta davvero è quello che accade nei giorni successivi, quando le telecamere si spengono e resta solo il rumore dell’acqua.
La vera sfida è quella di evitare che la memoria diventi un rito che tranquillizza le coscienze. Le 94 croci non chiedono applausi né slogan. Chiedono di non essere dimenticate nel frastuono delle dichiarazioni. Chiedono che il Mediterraneo torni a essere ciò che la sua storia millenaria racconta: un ponte, non una fossa comune.
Evitiamo di ostentare falsi interessi, è tempo di passare alla concretezza.
Questa, più di ogni altra, è una questione che riguarda tutti.

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