Le attuali crisi internazionali (Blocco dello stretto di Hormuz e danneggiamento delle infrastrutture energetiche) si riflettono negativamente, come intuibile, sull’intera economia globale. Nonostante il quadro geopolitico sia preoccupante, tuttavia, per come rilevato dallo stesso Fondo monetario internazionale (ed altri istituti di previsione), l’economia mondiale, in sostanza, non va malissimo poiché, comunque, in crescita. 

Bnl

Il Pil mondiale (certamente) dovrebbe rallentare dal 3,4% del 2025 al 3,1% nel 2026 ovvero ridursi fino al 2% se ancora si protrarranno le tensioni mondiali ed in particolare nel medioriente. In effetti, alcuni paesi diminuiscono di qualche decimale (Giappone, Regno Unito e Spagna), ma parecchi paesi migliorano, come per esempio gli Stati Uniti che accelerano dal 2,1% del 2025 al 2,3% o la Germania che si riprende dallo 0,2% del 2025 allo 0,8% nel 2026, mentre la Francia rimane allo 0,9, come nel 2025. I Paesi asiatici emergenti, pur risentendo della crisi energetica, epperò crescono ugualmente a ritmi elevati (vedi Cina al 4,4% e l’India al 6,5%).
I dati reali smentiscono le previsioni catastrofistiche (per certi versi del tutto giustificate degli analisti), poiché il prezzo del petrolio, stabilizzandosi sui 100/110 dollari al barile, almeno così pare attualmente, seppur genererà (secondo le previsioni più negative) un aumento dell’oro nero del 60% rispetto al 2025, non dovrebbe essere così devastante per le economie mondiali.
Niente di paragonabile, quindi, ai danni economici subiti, a causa dei conflitti internazionali, negli anni settanta allorquando, dopo la guerra del Kippur (1973-74), il prezzo quadruplicò nel giro di pochi giorni, mentre nel 1979, dopo la rivoluzione degli Ayatollah, vi fu un nuovo aumento che portò il prezzo ad un livello 10 volte superiore a quello del 1972.
Dunque, a meno di sviluppi ulteriori e drammatici della guerra, attualmente siamo lontani dal collasso planetario.
In tale contesto “fanalino di coda” resta l’Italia, la quale fa purtroppo storia a sé. L’ultimo documento di Finanza Pubblica approvato dal Consiglio dei ministri nella settimana scorsa ha confermato proiezioni di sviluppo non incoraggianti, restando la crescita dell’Italia nel 2026 allo “zero virgola”, ossia 0,6 per cento, invece, il deficit si attesta sopra la fatidica soglia europea del 3% del Pil, mentre il debito pubblico aumenterebbe ancora, anche, nel 2026 pari al 138,5 %, rispetto al 137,1 % del 2025, avendo già raggiunto una somma colossale di circa 3.150 miliardi di euro.
Un ulteriore elemento di pressione sui conti pubblici è rappresentato dall’aumento della spesa per la difesa atteso che gli impegni assunti in sede NATO prevedono un incremento significativo delle risorse nei prossimi anni, con possibili effetti rovinosi sul deficit e sul debito.
In tale quadro si delinea un paese a “sovranità limitata” ovvero, come ha sostenuto il ministro Giorgetti: “un Paese indebitato non è libero”.
Purtroppo, l’Italia non riesce a crescere e quindi fa una grande fatica a ridurre il deficit e non riesce di conseguenza a ridurre il suo debito pubblico in rapporto al Pil.
La “questione crescita” è un problema, ormai, atavico, del Bel Paese, il quale, per come evidenziato dall’ultimo rapporto Assonime e Openpolis, tra il 1975 e il 2022, la crescita reale per abitante è stata del 112%, apparentemente in linea con partner come la Francia (89%) o la Gran Bretagna (103%). Tuttavia, la frattura si è consumata a partire dal 1985, atteso che da quell’anno, lo sviluppo italiano è sceso al 61%, contro il 132% della Spagna e il 93% della Germania. Dal 1995 il divario, invece, è diventato un baratro, poiché la crescita cumulata per abitante in Italia è risultata inferiore del 7% rispetto alla Francia, del 22% rispetto agli Stati Uniti e di ben il 36% rispetto alla Germania. Dal 2005, il reddito medio di ogni italiano è cresciuto appena dello 0,2% annuo. 
L’Italia non è riuscita a restare al passo con l’efficienza degli altri Paesi avanzati, né tanto meno il Pnrr ha fatto cambiare trend, ovvero mantenere effetti positivi duraturi. Rispetto al periodo 1975-2025, il Paese ha perso terreno in modo allarmante: 10% nei confronti della Spagna; 30% rispetto alla Francia; 42% rispetto alla Germania; 62% rispetto alla Finlandia, puntando, per mantenere una stabilità finanziaria, su una pressione fiscale asfissiante con l’ulteriore aumento tra il 2023-2025 delle entrate pubbliche del 2% in rapporto al Pil.
Questo rallentamento ha avuto effetti concreti sulla società, determinando un aumento delle disuguaglianze, perdita di potere d’acquisto e difficoltà crescenti per il ceto medio. Non vi è chi non vede che in molti casi, più che crescita, milioni di italiani hanno sperimentato una vera e propria decrescita.
Il sopradescritto declino economico strutturale che dura da circa quarant’anni rappresenta uno dei fattori principali dell’attuale confusione della politica che regna nella Penisola le cui scelte del governo e opposizione appaiono spesso contraddittorie e prive di una visione di lungo periodo né si intravvede alcuna luce alla fine del tunnel.

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