Questo è il vero male della sanità calabrese

Torniamo a parlare di sanità all'indomani dell'uscita della Calabria dal commissariamento. Abbiamo letto sui giornali titoli grandi, dichiarazioni soddisfatte, la sensazione di una svolta dopo diciassette anni. Tutto giusto e legittimo. Ma c’è un problema: la realtà non cambia per decreto.

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E questo lo diciamo parlando da un letto di cardiologia all’ospedale di Castrovillari, dove nove giorni di ricovero non sono serviti a dare una risposta degna di essere chiamata tale. Tutto parte da un dolore al braccio destro, un sospetto serio, enzimi cardiaci altissimi e un ricovero d'urgenza in terapia intensiva.
Le indagini si fanno, i medici lavorano anche a Pasqua, e lo fanno con impegno, con competenza, con quella dedizione che troppo spesso si dà per scontata. Ma accanto alla professionalità emerge qualcosa che non si può più ignorare: il sistema.
Il primo segnale arriva dal ritardo nei tempi. I risultati degli esami di laboratorio non arrivano. Non per negligenza, ma per un cortocircuito organizzativo che ha dell’incredibile. Qualche anno fa è stato “aggiornato” il software. Prima però comunicava con tutti i reparti, oggi non lo fa più e il risultato è che, per avere un referto, bisogna mandare qualcuno fisicamente in laboratorio a ritirare i fogli. 
Non è una scena di trent’anni fa. È oggi. Sono gli OSS che devono lasciare il reparto appena possibile e recarsi in laboratorio perché nemmeno una mail si riesce a inviare.
Ad ogni modo, tornando al nostro eroe crocifisso in un letto di ospedale, per scongiurare un evento grave servirebbe controllare le coronarie, una coronarografia (esame invasivo e doloroso) o una Tac coronarica. I medici, lungimiranti, protendono per la Tac ma ancora una volta il sistema fallato ha la meglio. Infatti, nonostante la radiologia abbia ben due specialisti per la tac coronarica, un caso di grande fortuna per l'azienda ospedaliera, nessuno dei due però risulta disponibile. E allora si resta lì, fermi. Non perché non ci sia la volontà di fare, ma perché manca la possibilità di farlo. Giorni che passano, letti occupati, altri pazienti che potrebbero averne bisogno e non possono accedervi.
A tutto questo si aggiunge che il servizio di emodinamica non è più h24 ma solo per 6 ore al giorno, per cui se hai un infarto nelle 18 ore di sospensione del servizio, ti attacchi! 
Tenuto conto che i concorsi non si bandiscono, che mancano primari e medici, non viene difficile capire che il sistema sta facendo acqua da tutte le parti.
E allora arriva la domanda cruciale, cosa significa davvero uscire dal commissariamento, se dentro gli ospedali tutto questo continua a esistere? Evidentemente non si esce da una crisi sanitaria con una delibera ma con un cambiamento radicale! Oggi, però, non c'è cambiamento. E non è un’accusa ai medici, agli infermieri, a chi ogni giorno tiene in piedi ciò che rischierebbe di crollare. È una constatazione dei fatti. Perché dopo nove giorni di attese, la causa del problema è solo ipotizzata. Magari serve una Risonanza Magnetica che però non può essere fatta perché “la macchina è in manutenzione/installazione”. Non è colpa di nessuno, sia chiaro, ma serve l'esame per capire. E ancora una volta il sistema non ti aiuta, perché se vuoi farla attraverso il SSN devi aspettare 8 mesi almeno. Tempi troppo lunghi per cui si decide di procedere privatamente, alla modica cifra di 272€ + 3€ per il ritiro di CD e referto (spese accessorie le chiamano). Intanto aspetti i risultati di altri esami che “richiedono più tempo”. “Ti chiameremo o chiama tu”. Passano 10 giorni (i tempi indicati), provi a chiamare i 3 o 4 numeri presenti sulla cartella clinica. Non risponde nessuno! Chiami ancora, insisti, per più giorni! Nulla. Cerchi un'altra strada, gli amici. Finalmente riesci ad avere un contatto ma sono passati 24 giorni dalle dimissioni (in 10 giorni ti avrebbero fatto sapere), però a qualcuno dà anche fastidio che gli amici si scomodino... Lo fai notare, ma sei polemico e invece siamo fortemente convinti che se tutto questo “funziona così” è perché la rassegnazione ha avuto la meglio. Questa situazione non cambierà finché i cittadini continueranno a subirla in silenzio. Perché in altre regioni, in Lombardia per esempio, un ritardo, un disservizio, una falla organizzativa diventano subito un caso. La gente protesta, pretende, alza la voce. Non accetta. Qui, troppo spesso, si accetta tutto. Si commenta, ci si lamenta, ma poi si torna a casa convinti che “tanto è sempre stato così”.
Non esiste però una sanità di serie A per diritto geografico e una di serie B per rassegnazione culturale. Esiste un sistema che funziona dove i cittadini lo pretendono e non funziona dove i cittadini si abituano.
E allora la rassegnazione diventa il vero problema. Perché ci si abitua, ad aspettare, ai ritardi, a giustificare ciò che non dovrebbe essere giustificato. 
L’uscita dal commissariamento può essere un punto di partenza. Ma diventa un punto di svolta solo se cambia qualcosa fuori dai palazzi. Nella testa delle persone.
Bisogna smettere di considerare la sanità come un favore. È un diritto. E i diritti non si chiedono sottovoce. Si pretendono.
Perché finché continueremo a giustificare, ad aspettare, ad adattarci, il sistema continuerà a fare lo stesso. E quel letto di cardiologia, quei giorni di attesa, quei fogli ritirati a mano, resteranno la normalità. E la normalità, oggi, è proprio il problema.

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