Gigi Riva, da buon giornalista e romanziere, vive di scrittura ed è noto che chi scrive ‒ volente o nolente ‒ intinge la penna nell’inchiostro della memoria. Così facendo, egli imprime su carta ‒ antico e affascinante rito ‒ vite e tradizioni, azioni e pensieri e riveste di un corpo fatto di parole ‒ insindacabile garanzia di esistenza ‒ le speranze, i sogni, i segreti e i tormenti di singoli individui ed intere generazioni.

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Fedele a questo arduo compito (che è, al contempo, lavoro, missione e vocazione), Riva, originario di Nembro, racconta ‒ con dovizia di particolari e con l’afflato di chi ama le proprie contrade e ne conosce vizi, virtù e vicoli reconditi ‒ le primissime fasi di quel flagello sanitario, passato alla storia con la triste sigla “Covid-19”, che ha funestato il nostro fragile mondo interconnesso a partire dai primi giorni del 2020.
Con prosa robusta e documentata, l’autore tratteggia le concitate fasi della diffusione del virus nella laboriosa e produttiva provincia bergamasca che, immersa negli svaghi del fine settimana e del Carnevale ormai imminente, si trova a far fronte ‒ nel famigerato pomeriggio del 23 febbraio ‒ alla scoperta dei primi due casi di positività al Coronavirus tra i pazienti ricoverati presso l’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo.
Dopo una doverosa chiusura ‒ certamente non favorita da una politica incapace di assumersi responsabilità e di sfornare decisioni ‒ e una frettolosa sanificazione, il nosocomio viene maldestramente riaperto al pubblico, consentendo un’ulteriore circolazione del temibile agente virale per mezzo degli inconsapevoli parenti dei ricoverati che, sebbene per poco a contatto con pazienti contagiati, diffondono il subdolo morbo all’esterno della struttura e infettano brevi tempore i loro congiunti.
La catena di trasmissione riceve dunque l’abbrivio e il numero di malati si moltiplica in poche ore al di là delle aspettative, sconvolgendo ‒ almeno in questa prima fase ‒ i medici che, a conti fatti, brancolano nel buio, ma si prodigano ugualmente per offrire assistenza con pochi e inadeguati strumenti di protezione individuale e un giustificabile stordimento che, da uomini di scienza, provano dinanzi al sentore di un’incombente catastrofe. 
La storia dell’umanità è sempre stata afflitta da epidemie ‒ peste, colera e vaiolo le più famose ‒, ma nessuno ‒ per motivi prettamente anagrafici ‒ serbava il ricordo diretto dei cinquanta milioni di morti provocati dalla cosiddetta “influenza spagnola” nel biennio 1918-1920 e difficilmente anche la più fervida delle fantasie avrebbe potuto concepire con precisione lo scenario devastante che di lì a poco si sarebbe delineato.
Riva, ammirevole in quanto ad acume giornalistico, procede a ritroso, riportando la comprovata vicenda del dottor Massimo Pandini, medico di base di Nembro che, già a metà dicembre 2019, aveva constatato tra gli assistiti strani sintomi influenzali resistenti tanto agli antibiotici quanto alle combinazioni di più farmaci. A ciò ‒ con l’inutile senno del poi ‒ può essere affiancato un altro allarmante episodio accaduto nello stesso mese e puntualmente identificato dal solerte autore: l’elevato numero ‒ rispetto alla media, s’intende ‒ di anziani deceduti per polmonite tra le mura della Residenza socioassistenziale della cittadina bergamasca. Entrambi eventi inquietanti che, in quei giorni, non furono ingenuamente messi in relazione con le notizie rese note da Wuhan il 31 dicembre e con l’identificazione di un nuovo Coronavirus avvenuta il 9 gennaio 2020.
Se pertanto la circolazione del virus sul suolo nazionale può essere facilmente retrodatata, con altrettanto palese certezza si può individuare in una partita di calcio, svoltasi il 19 febbraio 2020 sul rettangolo di gioco dello stadio San Siro di Milano, ‒ l’ottavo di finale di Champions League tra Atalanta e Valencia ‒ il potente catalizzatore attraverso il quale il contagio è giunto nelle valli bergamasche. Migliaia di tifosi della Dea, a contatto ravvicinato e con abbracci festanti per le quattro reti inflitte alla squadra spagnola, hanno indubbiamente rappresentato il veicolo ideale per il microscopico organismo che avrebbe, in pochi giorni, cambiato radicalmente lo stile di vita e le abitudini di tutti.
Raggiunta in pieno dall’onda d’urto della pandemia, la Nembro raccontata da Riva è divenuta spettrale, svuotata, violata dalle sirene delle ambulanze, costretta a fermarsi in un’allucinante sospensione che assume l’assurda e ossimorica natura di tempo fuori dal tempo.
In poco più di due mesi, il comune bergamasco è falcidiato ed affida alla terra le spoglie di 188 uomini e donne ‒ su una popolazione di soli undicimila abitanti ‒ a cui, molto spesso, per giustificatissimi motivi sanitari, sono negati persino i conforti religiosi e la vicinanza degli affetti nel momento del trapasso.
Ogni famiglia assapora il fiele della perdita di un congiunto e Riva, custode della memoria del luogo, riporta puntualmente i nomi di tutte le vittime in un elenco, posto al termine del libro, che diviene giocoforza una litania commossa e commovente che assume i tratti di una Spoon River lombarda destinata a fungere da esempio e monito per una società che, dati alla mano, pare non aver fatto tesoro della lezione duramente impartitaci dalla pandemia.
Nelle pagine de Il più crudele dei mesi si susseguono le immagini e i fatti che hanno segnato in modo indelebile un periodo innegabilmente tetro della storia degli ultimi anni: lo spaesamento generale, la corsa all’accaparramento di beni alimentari ‒ un curioso revival dell’assalto ai forni di manzoniana tradizione ‒, la politica inetta ‒ non tutta, ma buona parte ‒ che asseconda le pressioni degli imprenditori locali e non isola tempestivamente le zone infette, i crematori a pieno regime, la lugubre sfilata di camion militari che la sera del 18 marzo 2020 percorrono le strade di Bergamo con il loro carico di bare e di vite spezzate, l’isolamento dei positivi, le terapie intensive affollate oltre i limiti, la solidarietà e l’orgoglio nazionale durati appena qualche settimana per lasciar posto all’eterna tifoseria italiana e alla insensata contrapposizione tra le risposte della scienza e gli irrazionali sproloqui di complottisti intenti a negare l’esistenza stessa del Coronavirus e della conseguente epidemia. Non manca neppure l’eroismo dei medici che, fortunatamente, si erge al di sopra delle fragilità di un Sistema Sanitario Nazionale che ‒ eccellente nei singoli operatori, ma pessimo nella burocrazia bizantina e miope nelle scelte a lungo termine ‒ ha scontato in pieno le carenze di una medicina territoriale ridotta al lumicino dai tagli di spesa costanti, l’arretramento delle prestazioni pubbliche a favore della sanità privata e la mancanza di un moderno piano pandemico nazionale.
Il libro di Riva è un monumento a chi non è più, ma anche e soprattutto un pungolo per ricordare a noi stessi ciò che è stato e potrebbe tornare ad essere. Lo scrittore nembrese ci sprona ad agire, a non farci trovare impreparati dinanzi alla tempesta, a non sottovalutare la dolorosa esperienza che ha distrutto la serenità e falciato progetti e sogni di un mondo che sembrava aver ormai consegnato al passato lo spettro dei morbi e delle quarantene. In ogni caso, Il più crudele dei mesi condensa alla perfezione il messaggio più importante che il Covid-19 ci ha lasciato: ci si salva con la conoscenza ed è nostro dovere, da uomini di cultura, coltivarla quotidianamente.

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