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Il Medio Oriente è in guerra e il prezzo della benzina è già alle stelle. Non importa se il petrolio sia davvero arrivato o meno in Italia, se la crisi sia appena iniziata o se si tratti solo di una tensione diplomatica. Il carburante aumenta subito. Con una puntualità quasi scientifica.

Bnl

In questi giorni la spiegazione ufficiale è data dall’azione militare di Israele contro l’Iran, sostenuta dagli Stati Uniti, nel Golfo Persico. Da quelle acque passa una fetta enorme del petrolio che alimenta il pianeta. Quando lì si alza la temperatura, i mercati reagiscono immediatamente e il prezzo del greggio comincia a muoversi.
Fin qui nulla di sorprendente. Il petrolio è sempre stato il termometro delle tensioni internazionali. Il problema nasce dopo, quando quell’aumento arriva nei distributori italiani con una velocità che lascia sempre un po’ perplessi. Perché se è vero che le crisi globali si riflettono sui carburanti, è altrettanto vero che esiste una curiosa legge non scritta: quando il petrolio sale, il carburante aumenta quasi istantaneamente; quando il petrolio scende, però, i prezzi dei carburanti restano fissi e per smuoverli ci vuole un tempo indefinito.
Chi si occupa di economia lo chiama “effetto razzo e piuma”. Sale come un razzo, scende come una piuma. Un’immagine perfetta per descrivere una dinamica che milioni di automobilisti conoscono bene, anche senza aver letto un trattato di economia.
Ma c’è un altro elemento che in Italia rende il problema ancora più evidente. Su ogni litro di carburante grava una struttura fiscale che pesa come un macigno. Accise e IVA rappresentano una fetta enorme del prezzo finale. In pratica, una parte consistente di quello che paghiamo alla pompa non serve a comprare il carburante ma a riempire le casse dello Stato.
Le accise oggi sono una tassa unica che si aggira intorno ai 67 centesimi al litro, alla quale si aggiunge l’IVA. Il risultato è che una buona metà del prezzo finale della benzina è fatta di imposte. Una costruzione fiscale che arriva da lontano e che negli anni si è consolidata fino a diventare strutturale.
Per molto tempo si è raccontato che pagavamo ancora la guerra d’Etiopia o il Vajont. In realtà quelle voci non esistono più come tasse separate da decenni. Ma resta il fatto che il sistema delle accise nasce proprio da quella stratificazione di emergenze trasformate, col tempo, in entrate permanenti. Una tassa che doveva essere temporanea e che è diventata definitiva.
E quando il prezzo internazionale del petrolio sale, questa struttura amplifica immediatamente l’effetto sulla pompa.
In Calabria, dove l’automobile non è un lusso ma spesso l’unico modo per muoversi, il problema si avverte ancora di più. I trasporti pubblici sono fragili, le distanze tra i centri abitati sono grandi, e il carburante diventa una spesa quotidiana inevitabile per lavoratori, famiglie e imprese. Qui il caro benzina non è un dato statistico. È un problema concreto che si sente ogni volta che si gira la chiave nel quadro.
Alla luce di questa evidenza, bisogna chiedersi se sia normale che ogni scossa del mondo si scarichi immediatamente sul prezzo alla pompa e che ogni eventuale alleggerimento impieghi settimane, a volte mesi, prima di farsi vedere.
Perché a quel punto il dubbio nasce spontaneo. Non riguarda solo il petrolio o la geopolitica. Riguarda il sistema nel suo complesso. Riguarda un meccanismo che sembra perfettamente oliato quando si tratta di aumentare e sorprendentemente prudente quando si tratta di diminuire.
Non è possibile che in Italia le emergenze servano spesso a spiegare ciò che non si ha voglia di cambiare. Oggi bisognerebbe avere il coraggio di affrontare il problema senza nascondersi dietro la prossima crisi internazionale. Perché il petrolio arriva da lontano. Ma il prezzo che paghiamo nasce anche molto più vicino a noi.

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