La montagna di Matteo Righetto è distante anni luce tanto dall’immagine patinata degli alberghi di lusso ad alta quota le cui facciate, decorate da innaturali fioriere perennemente in tripudio cromatico, stridono vistosamente con l’essenzialità dei picchi e delle rocce sovrastanti, quanto da quella restituita sui social da un turismo domenicale che si consuma ‒ tra una mail a cui rispondere e una foto da scattare ‒ all’insegna della fretta e di una superficialità alla quale corriamo il serio rischio di assuefarci.
Lo scrittore padovano racconta di una montagna vissuta in prima persona, sentita come parte integrante dell’esistenza, fonte perenne di insegnamenti ereditati da generazioni che hanno custodito con coraggio, sacrificio e rispetto il territorio e hanno innalzato una barriera etica in difesa di valori pressoché scomparsi o fortemente ridimensionati nelle sottostanti pianure divenute ghiotta preda per una società sempre più vorace e pronta a sacrificare persino l’anima sull’altare della produttività e del profitto.
«I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi» sentenziava, qualche secolo addietro, il tedesco Goethe, evidenziando il rigore delle genti di montagna, introiezione inevitabile dell’asperità dell’ambiente circostante e della severità delle abitudini necessarie a sopravvivere in contesti apparentemente ostili. Tale rigidità caratterizza l’undicenne Giacomo Nef, protagonista de La stanza delle mele, che il destino ha privato di entrambi i genitori e consegnato ‒ assieme ai due fratelli poco più che adolescenti ‒ alle percosse e alle umiliazioni del vecchio Angelo, burbero nonno paterno che nessuno aveva «mai visto o sentito ridere una sola volta».
Tuttavia, sul finire dell’agosto del 1954, la vita del giovinetto è turbata profondamente da un evento inaspettato e drammatico. Inviato nel Bosch Negher (il Bosco Nero) di Livinallongo ‒ nelle Dolomiti bellunesi ‒ a recuperare una roncola perduta qualche ora prima dal nonno, Giacomo si imbatte nel corpo penzolante di un impiccato che, alla luce intermittente dei lampi e in mezzo al frastuono del temporale, appare ancora più tetro, tanto da imprimersi indelebilmente nella sua memoria.
La visione è spaventosa, il ragazzo corre a perdifiato fino a rincasare, ma sceglie di tacere ‒ pensando di non esser creduto ‒, pur incappando nell’ennesima punizione per non aver portato a termine il compito assegnatogli.
Rinchiuso nella stanza deputata a serbare le profumate mele raccolte in vista dell’inverno, Giacomo è sconvolto dal ricordo del cadavere del bosco e trova conforto soltanto intagliando dei pezzetti di legno e conferendo loro la forma dei vari animali selvatici incontrati durante le frequenti escursioni in mezzo ad una natura incontaminata e carica di fascino.
Il peso di un simile segreto lo induce stranamente a dubitare della propria lucidità e, al ritorno del sereno, quando «il vento della notte […] insieme alle nubi aveva spazzato via anche l’anima dell’estate», raggiuge nuovamente la radura del misterioso ritrovamento, constatando l’assenza dell’impiccato, ma rinvenendo un robusto scarpone che decide di portare con sé e nascondere con cura.
Gli anni passano e irrimediabilmente i lutti e le distanze si accumulano tra le esperienze di Giacomo che, nonostante si sia affermato come brillante artista, continua ad essere tormentato dalle sembianze dell’uomo penzolante e si macera nel tentativo di dare un nome a quella figura che ha provveduto ad intagliare nel legno e a modellare in una scultura di enigmatica bellezza destinata ad essere esposta stabilmente nella sede dell’Università di Padova.
Non dimentico delle sue origini, insiste nel presentare l’imponente manufatto nella natia Livinallongo e in questa circostanza, Giacomo, dopo tanto penare, riesce a conoscere l’identità dell’impiccato da cui erano scaturite la fortuna e la dannazione, l’ispirazione e l’afflizione, i sogni e gli incubi di un’intera vita.
La Storia è turpe e, molto spesso, lastrica le proprie vie di cattive intenzioni imbrattate dal sangue di innocenti e oppressi. Anche la quiete delle Dolomiti ‒ come sussurrato a mezza voce da Tina, una vecchia cacciatrice dalla sinistra fama di strega che aveva aiutato il piccolo protagonista del romanzo a lenire tramite erbe medicamentose il dolore delle percosse inflittegli dal nonno ‒ era stata violata in passato dalla vergognosa caccia all’ebreo e tutto ciò aveva generato colpe, segreti e vendette in alcune insospettabili famiglie del luogo.
L’impiccato del Bosch Neger riapre antiche ferite mai del tutto rimarginate e ci catapulta nelle inquietanti pagine delle persecuzioni razziali ma, attraversando la vergogna e il dolore, il protagonista prova a chiudere un cerchio e ritrovare la tanto agognata pace per sé e per uno sconosciuto personaggio che irrompe, nelle ultime pagine del romanzo, con forte accento tedesco e il fardello della memoria.
Giacomo comprende sin da bambino il martirio della quotidianità e trova consolazione nell’arte e nel legno che, a ben vedere, «era sempre stato l’anima dei montanari», figlio di un bosco dal quale è sorto all’improvviso il suo talento.
La penna di Righetto lavora a mo’ di sgorbia, cesella la parola, la intarsia per offrire una prosa accattivante, ricca di spunti, scorrevole, mai banale, accompagnata da un dialogato che ha il sapore della naturalezza e il calore dell’amicizia.
Lo scrittore fruga la montagna, ne ricava riti e miti, ne tratteggia con cura gli aspetti etnologici, rievocando arcaiche creature e ancestrali credenze quali le vìdole (dolcissime musiche che, secondo il folclore contadino, si udivano nei boschi), i lichter (i fuochi fatui) e la skòla (lugubre processione dei morti).
Ogni pagina de La stanza delle mele è intrisa di passione per le terre alte e colloca Righetto in un affascinante filone narrativo di matrice montana che comprende Paolo Cognetti, Mauro e Marianna Corona, Ferruccio “Fèro” Valentini, Francesco Vidotto e la giovane freelance Erica Balduzzi, fondatrice del progetto letterario e multimediale Montanarium.
Al caos delle nostre città l’autore padovano pone un argine di storie che invitano a recuperare il senso del tempo e il valore di una frugalità di cui, storditi dal tutto e subito, abbiamo maledettamente bisogno. I monti insegnano ad ascoltare: è il momento giusto per dissolvere il rumore che ci circonda nel loro pacifico e costruttivo silenzio.
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