In questi giorni, tutta l’Italia ha seguito con apprensione la notizia della morte di Anna Rosa a Palermo per difterite. Fin da subito è trapelata la notizia che la piccola non fosse vaccinata.
Il caso ha riacceso l’attenzione su una malattia che sembrava destinata ai libri di storia e, inevitabilmente, ha portato la popolazione a porsi domande tra cui: che cos’è la difterite e perché, nonostante sia così rara, dobbiamo continuare a proteggerci?
La difterite è provocata dal batterio Corynebacterium diphtheriae. Il batterio può localizzarsi nelle prime vie respiratorie, ma il vero pericolo è rappresentato dalla tossina che alcuni ceppi producono. Questa sostanza può entrare nel sangue e raggiungere organi importanti, provocando danni anche molto gravi al cuore e al sistema nervoso. Nelle forme respiratorie, inoltre, può formarsi una caratteristica membrana grigiastra tra la faringe e la laringe, la cosiddetta pseudomembrana, che può ostacolare il passaggio dell’aria.
Il contagio avviene soprattutto attraverso il contatto diretto con una persona infetta e, più raramente, attraverso oggetti contaminati dalle secrezioni. I primi disturbi possono sembrare quelli di una comune faringite: mal di gola, febbre, scarso appetito e stanchezza. Possono comparire raucedine, linfonodi ingrossati al collo e difficoltà respiratoria. La comparsa delle pseudomembrane nella gola è un segno caratteristico.
L’infezione può colpire a qualsiasi età, ma il rischio maggiore riguarda le persone non vaccinate. Le complicanze più temibili sono quelle cardiache, quelle neurologiche e, purtroppo, anche l’ostruzione delle vie respiratorie che possono portare a morte per soffocamento.
C’è poi un aspetto che rende la difterite particolarmente insidiosa. Anche se si tratta di un’infezione batterica, l’antibiotico da solo non è sufficiente a neutralizzare il pericolo maggiore: la tossina. Gli antibiotici servono a eliminare il microrganismo, ma non possono annullare gli effetti della tossina che ha già iniziato ad agire nell’organismo. Per questo, quando la malattia viene sospettata, il trattamento deve essere tempestivo e comprendere anche l’antitossina difterica, che ha il compito di neutralizzare la tossina. Il tempo è un fattore decisivo: l’efficacia dell’antitossina è maggiore quanto più precocemente viene somministrata.
Perché oggi ne sentiamo parlare così poco? Perché la vaccinazione ha trasformato la difterite da una delle principali cause di morte nell’infanzia in una malattia rara. Questo, però, non significa che il batterio sia scomparso.
In Italia la copertura vaccinale nel 2024 era del 94,4%, quindi vicina ma al di sotto della soglia del 95% indicata dall’OMS; la Sicilia si fermava all’85,1%.
La prevenzione rimane l’arma più importante. Il vaccino antidifterico contiene la tossina ma in una sua forma resa innocua, che permette al sistema immunitario di produrre anticorpi. Viene somministrato all’interno del vaccino esavalente. Il ciclo di base prevede tre dosi nel primo anno di vita, alle quali seguono i richiami previsti dal calendario vaccinale. Anche nell’adulto la protezione va mantenuta nel tempo con i richiami. Per chi deve viaggiare in Paesi dove la difterite è ancora presente, è importante verificare che la vaccinazione sia aggiornata.
La vicenda di Palermo ci ricorda, dunque, che le malattie rare non sono necessariamente malattie scomparse. La difterite è oggi poco frequente proprio grazie alla vaccinazione, ma il batterio continua a circolare e può tornare a colpire dove trova persone non protette. La difterite sembrava appartenere al passato. La cronaca ci ha ricordato, nel modo più doloroso, che non è ancora così.
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