Luglio 2026 è stato il luglio più caldo mai registrato in Italia dal 1950. Non è una sensazione. I dati Copernicus fissano la temperatura media nazionale a 24,96 gradi, 2,86 in più rispetto al trentennio 1991-2020. Insieme al record del 2022 è caduto anche quello del mare visto che le nostre acque hanno toccato una media di 27,35 gradi.
Da fine maggio abbiamo attraversato quattro ondate di calore così lunghe e ravvicinate che quasi è sembrato un unico bagno di caldo. In mezzo a tutto ciò, ovviamente, ci sono gli incendi. Nei primi sette mesi del 2026 in Italia sono andati in fumo circa 70 mila ettari di territorio, il 133 per cento in più rispetto alla media degli ultimi vent'anni, e il WWF indica la Calabria tra le regioni più colpite insieme a Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia.
Abbiamo perso 1.543 ettari in 156 incendi e siamo secondi solo alla Sicilia.
Il punto vero, però, è che secondo il WWF oltre il 95 per cento degli incendi boschivi ha origine umana, tra dolo, colpa e imprudenza. I fulmini, nelle statistiche dei forestali, non arrivano al due per cento. Tutto il resto siamo noi.
E dentro quel resto c'è la parte che nessuno ha voglia di nominare mentre si apparecchia il pranzo del 15 agosto. Da anni le procure, le commissioni regionali antimafia e le associazioni ambientaliste raccontano la stessa identica cosa: intorno al fuoco si è costruita un'economia. Si brucia per vendetta, quando un lavoro non viene affidato a chi riteneva di meritarlo; si brucia, in certe zone, anche perché spegnere rende più che prevenire, tra squadre stagionali da assumere, mezzi da noleggiare e ore di volo da fatturare a peso d'oro. Sono ipotesi investigative e ricostruzioni giornalistiche, non sentenze, e come tali vanno maneggiate. Ma quando il novantacinque per cento dei roghi ha una mano dietro, chiedersi a chi convenga smette di essere dietrologia e diventa semplicemente cronaca.
Poi c'è la parte che non chiama in causa i clan ma i municipi e, infatti, se ne parla ancora meno. Secondo il Piano regionale antincendi boschivi approvato dalla Giunta della Regione Calabria il 22 aprile scorso, i comuni calabresi con il catasto incendi aggiornato sono 67 su 404. Sessantasette su quattrocentoquattro. Tutto il resto è territorio senza memoria, dove dopo il passaggio delle fiamme nessuno ha messo per iscritto cosa sia bruciato e dove. Lasciando tutto in pasto all'oblio.
Sull'acqua il copione si ripete quasi uguale. Al Sud l'acqua non è un servizio continuo, è un turno, e chi vive nei nostri paesi ha imparato da bambino a riempire i serbatoi prima che sia troppo tardi.
Il paradosso, a leggere i numeri, è quasi insopportabile. Mentre si chiede al cittadino di non innaffiare l'orto e di non lavare l'auto, a Cosenza si perde per strada il 66,5 per cento dell'acqua immessa in rete e a Vibo Valentia il 65, contro una media nazionale già disastrosa del 42,4. Due terzi dell'acqua che paghiamo non arriva a nessuno. Poi la colpa dello spreco, però, è di chi fa la doccia lunga.
Sarebbe comodo fermarsi qui, con tutta la responsabilità appoggiata sulle spalle delle cosche e degli amministratori distratti. Solo che lo scorso 23 giugno la domanda elettrica italiana ha toccato i 55,3 gigawatt, il valore più alto dell'anno, con i consumi cresciuti del 4,4 per cento in una sola settimana per l'uso dei condizionatori. Ci siamo lamentati parecchio dei blackout. Di noi stessi, molto meno. Perché la responsabilità sta anche nell'auto presa per fare trecento metri, nel climatizzatore a diciotto gradi con la portafinestra socchiusa, in tutti quei piccoli gesti che sono comodi da non contare proprio perché ritenuti insignificanti. Il clima, però, non distingue tra la colpa grande e l'abitudine minuscola, somma e basta.
E mentre Ferragosto bussa alle porte, è bene anche ricordare a chi soffre questo caldo malandrino che, mediamente, ogni persona ha a disposizione circa ottanta estati. Chi oggi ha cinquanta anni, di estati ne ha davanti una trentina. Trenta. E se il conto lo facciamo sugli anni attesi in buona salute, che nel Sud e nelle Isole si fermano tra i 55,3 e i 56 anni, la faccenda si accorcia parecchio, perché per un cinquantenne calabrese, statisticamente, le estati buone sono quasi finite.
Non lo scrivo per rovinare il pranzo, sia chiaro, ma solo per esortare tutti a fare bene i conti prima di sprecare energie con il caldo che avanza, inesorabile!
Buon Ferragosto, allora. Con l'ombrellone, o in montagna, la tavola lunga, i parenti che non vedevamo da un anno e questo mare a ventisette gradi che ormai sembra brodo. Buon Ferragosto a tutti e ricordate che da oggi al 25 dicembre mancano centotrentatré giorni, cioè diciannove settimane. Praticamente Natale è dopodomani. Speriamo solo che sia bianco di neve e non di cenere!
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