«Dottore, mio figlio ha mal di gola e febbre: sarà lo streptococco?». È una delle domande più frequenti che un pediatra si sente rivolgere. E la risposta, spesso, è meno scontata di quanto si possa pensare.
La faringotonsillite, cioè l’infiammazione della gola e/o delle tonsille, è infatti nella maggior parte dei casi provocata da virus. Solo circa il 30% delle forme è di origine batterica e, tra i batteri, lo Streptococcus β-emolitico di gruppo A (SBEGA) è quello più coinvolto.
Lo streptococco interessa soprattutto i bambini in età scolare e gli adolescenti ed è invece raro sotto i 3 anni. L’infezione si trasmette attraverso le secrezioni respiratorie ed è più frequente nei mesi freddi, soprattutto tra dicembre e marzo. Dopo il contagio, i sintomi compaiono generalmente nell’arco di 2-5 giorni.
Ma come si può capire se il mal di gola è dovuto allo streptococco? Qui sta il punto: non basta guardare la gola. Febbre, arrossamento, dolore e anche la presenza di placche sulle tonsille possono comparire anche nelle infezioni virali. Alcuni segni, come il rash scarlattiniforme o le piccole petecchie sul palato, fanno pensare maggiormente allo streptococco, ma non sono frequenti.
Per questo, nei bambini dai 3 anni in su, quando i sintomi lo suggeriscono, il pediatra può utilizzare lo score di McIsaac, uno strumento che consente di stimare la probabilità di un’infezione da SBEGA. Con un punteggio basso non sono necessari ulteriori accertamenti. Quando invece il punteggio è pari o superiore a 2, è indicato eseguire il test rapido col famoso tampone orofaringeo.
E gli esami del sangue? In una normale faringotonsillite acuta non servono. Il titolo antistreptolisinico e gli anticorpi anti-DNasi B, in particolare, indicano una risposta immunitaria avvenuta in precedenza e possono rimanere elevati per mesi: non sono quindi utili per diagnosticare l’infezione acuta.
Una volta accertata l’origine batterica, si passa alla terapia. Per controllare febbre e dolore sono indicati i classici antipiretici. Non sono invece raccomandati cortisonici, aerosol, mucolitici o antistaminici.
L’obiettivo della terapia è ridurre la durata dei sintomi e la contagiosità e prevenire le complicanze. La terapia di prima scelta è l’amoxicillina, secondo il dosaggio calcolato sul peso e per la durata prescritta dal pediatra, generalmente 10 giorni.
Le complicanze sono poco frequenti. Tra quelle suppurative rientrano, per esempio, l’ascesso peritonsillare, l’otite, la sinusite e, più raramente, infezioni più profonde. Tra quelle non suppurative ci sono invece la malattia reumatica e la glomerulonefrite.
Un’ultima precisazione riguarda i cosiddetti “portatori” di streptococco: bambini che hanno un tampone positivo, ma non presentano segni di un’infezione attiva. In questi casi il rischio di complicanze e di trasmissione è basso e non è indicata alcuna terapia. Esistono tuttavia alcune situazioni particolari nelle quali il pediatra può decidere diversamente.
Per ridurre il rischio di contagio bastano semplici misure quotidiane: lavare frequentemente le mani, arieggiare gli ambienti ed evitare di condividere bicchieri, posate e oggetti personali. In caso di faringotonsillite streptococcica, il bambino può tornare a frequentare la scuola dopo almeno 24 ore dall’inizio della terapia antibiotica e quando non ha più febbre.
Davanti al mal di gola di un bambino, la domanda giusta non è «Quale antibiotico devo dare?», ma «Serve davvero un antibiotico?». A stabilirlo non sono le placche sulle tonsille ma la valutazione del pediatra e, quando indicato, un semplice test. Perché anche in pediatria curare bene significa, prima di tutto, sapere quando curare e quando, invece, è meglio non farlo.
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