Oggi parliamo dell’allergia alle proteine del latte vaccino, una delle reazioni alimentari più comuni nei primi anni di vita, con un’incidenza tra l’1% e il 2% nei bambini sotto i due anni.
Questa condizione è una risposta del sistema immunitario a diverse proteine del latte, come le caseine e le sieroproteine. Si manifesta principalmente in tre modi. Le forme cosiddette IgE-mediate compaiono rapidamente, entro due ore dall'assunzione, con sintomi legati alla dose e potenzialmente sistemici. Le forme non-IgE mediate si manifestano invece in modo ritardato, da due ore fino a tre giorni dopo. Esistono infine le forme miste, che coinvolgono quadri come l'esofagite o la malattia gastrointestinale eosinofila. Fortunatamente, l'allergia può risolversi spontaneamente: tra il 50% e il 90% dei bambini acquisisce tolleranza entro l’età scolare. I fattori che fanno sperare in una guarigione più rapida sono livelli iniziali più bassi di anticorpi IgE nel sangue, una loro rapida diminuzione nel tempo e l'assenza di asma o rinite allergica. Per questo, i piccoli pazienti vanno rivalutati periodicamente.
Quando si sospetta una forma immediata, per noi pediatri è fondamentale un’anamnesi dettagliata in cui indagheremo l'età di insorgenza, il tipo di sintomi, la quantità di latte assunto. Sotto l'anno di vita i sintomi più frequenti sono cutanei e gastrointestinali. Per la diagnosi, i criteri internazionali richiedono sia la presenza di sintomi tipici entro due ore, sia la prova della sensibilizzazione tramite Prick test cutanei o esami del sangue. Esistono poi test di approfondimento successivi, ma la certezza assoluta si ha solo con il test di provocazione orale.
È importante non confondere questa allergia con altre condizioni. Ad esempio, la FPIAP causa sangue nelle feci in lattanti sani nei primi mesi di vita; ha un decorso benigno, spesso non richiede diete drastiche e si risolve entro l'anno. La FPIES provoca invece vomito ripetuto dopo poche ore, pallore e disidratazione. Infine, la classica intolleranza al lattosio non ha una correlazione con le reazioni immunitarie, ma è solo una carenza dell'enzima lattasi che provoca pancia gonfia, crampi e diarrea a seguito di un qualsiasi cibo che contenga lattosio.
Il trattamento si basa sull'eliminazione del latte e dei suoi derivati, come yogurt, formaggi, burro e prodotti da forno. I genitori devono essere istruiti a leggere attentamente le etichette, anche se i prodotti con la dicitura "può contenere tracce" sono spesso tollerati. Curiosamente, circa il 70% dei bambini con forma IgE-mediata tollera il latte nei prodotti da forno ben cotti, poiché l'alto calore modifica la struttura delle proteine, riducendo l'allergenicità. Se il bambino è allattato al seno, la dieta di esclusione per la mamma è indicata solo in rari casi documentati; se invece l'allattamento è artificiale o misto, si usa una formula sostitutiva. Le linee guida DRACMA 2024 indicano come prima scelta i latti estensivamente idrolizzati: sono sicuri e ipoallergenici, sebbene abbiano un costo elevato e un sapore meno “palatabile”. Esistono anche formule a base di amminoacidi o di origine vegetale come riso o soia. Un'ottima opzione terapeutica, da valutare con lo specialista senza limiti di età e da eseguire sempre in ambiente protetto, è l'immunoterapia orale. Consiste nel somministrare dosi crescenti di latte per aumentare la soglia di tolleranza e proteggere il bambino da ingestioni accidentali. Anche in questi casi, una diagnosi tempestiva e una gestione dietetica corretta sono la chiave per garantire la crescita ottimale e la sicurezza dei nostri bambini.
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