Mentre il mondo politico è alle prese con la complicata costruzione di alleanze funzionali alle prossime elezioni, il settore bancario italiano registra una serie di processi di assestamento conflittuale i cui effetti andrebbero, comunque, nella direzione di un consolidamento complessivo del sistema creditizio domestico.
Il nuovo risiko bancario italiano è ripartito da qualche giorno, a seguito della prima mossa giocata da Banco Bpm, che ha proposto a Mps una fusione alla pari. L’obiettivo dichiarato dell’anzidetto matrimonio industriale (e giammai una scalata ostile) sarebbe quello di costruire il secondo gruppo bancario italiano.
Tuttavia, non si è fatta attendere la reazione di Intesa Sanpaolo che ha approvato una controffensiva clamorosa, lanciando un’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (Opas) volontaria e totalitaria sulla banca senese.
Il Gruppo, guidato da Carlo Messina, ha messo sul piatto una cifra imponente, pari a circa 30,6 miliardi di euro in caso di integrale adesione. In particolare, l’offerta è stata strutturata in forma mista (azioni e contanti): per ogni 10 azioni di Monte dei Paschi portate in adesione, Intesa offre 1,6 azioni ordinarie proprie di nuova emissione ed 1 euro cash per ciascun titolo MPS.
Collegata all’anzidetta Opa, al fine di disinnescare sul nascere le problematiche relative ai rigidi vincoli normativi in materia di Antitrust e concentrazione del mercato retail, Intesa-Sanpaolo ha contestualmente siglato un accordo vincolante con il gruppo Unipol Assicurazioni. Tale intesa ha previsto un radicale piano di ristrutturazione e uno scorporo di asset quantificabile tra i 3 e i 3,5 miliardi di euro per cassa. In poche parole Unipol dovrà acquisire un’entità giuridica bancaria indipendente in cui confluiranno circa 635 filiali di MPS, dotata di tutte le strutture centrali, delle attività e delle passività necessarie per operare in autonomia.
Tutto il blocco di sportelli (ex Mps) verrà aggregato con Bper Banca (controllata proprio dal gruppo assicurativo bolognese), estendendo considerevolmente la presenza di quest’ultima nel Centro-Nord Italia.
La mossa permetterebbe a Unipol di raccogliere l’eredità storica della rete commerciale senese e di dare vita, in combinazione con Bper, ad una nuova realtà denominata Banca Monte Paschi, che di fatto si posizionerà come il secondo operatore bancario nazionale per ramificazione di sportelli nella penisola.
Dunque, “tutte le strade portano a Siena” come ha detto Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps. Quest’ultimo istituto che fino a pochi anni fa rappresentava il simbolo della crisi del sistema creditizio italiano, salvata nel 2017 e successivamente ricapitalizzata dallo Stato tra il 2023 e il 2024, è diventato il perno del nuovo ciclo di aggregazioni. Difatti, soprattutto a seguito dell’acquisizione di Mediobanca, ha trasformato Mps in un asset conteso centrale (non più periferico) in grado di poter ridisegnare il mondo delle banche e della finanza italiana fino ad aprire una nuova partita per il controllo di Generali con i suoi 900 miliardi di risparmi e 40 miliardi in titoli di Stato.
È questo il punto politico ed economico della partita: chi controlla Mps non guarda solo a Siena, ma anche agli equilibri che passano da Mediobanca e arrivano fino a Generali.
Conquistare il controllo di Mediobanca, tramite l’assalto a Siena, significa essere il primo azionista del Leone di Trieste, con una quota superiore a quelle di Delfin (eredi del Vecchio), Caltagirone, Benetton e di Unicredit.
In effetti, con l’acquisizione del gruppo MPS-Mediobanca, Intesa diventerebbe infatti primo azionista di Generali con il 16, poiché l’ex banca d’affari di Enrico Cuccia possiede il 13% delle azioni di Generali alle quali si aggiungerebbe un ulteriore 3% acquistate da poco dal gruppo Intesa- San Paolo.
L’opas lanciata da Intesa, di fatto, mette fuorigioco la trattativa di Bpm e produce un gran mal di pancia alla Lega che invece avrebbe benedetto l’opzione di Banca popolare di Milano.
Resta da capire come si muoverà UniCredit, che in Generali ha l’8,8% e che negli ultimi mesi ha già provato a rientrare nel risiko italiano dopo lo stop all’operazione Banco Bpm, oltre al fatto che il gruppo bancario, guidato da Orcel, sarebbe scalzato dalla posizione di prima banca italiana. Non potrà sfuggire che, se l’operazione riuscisse, nella concorrenza sul mercato italiano, Unicredit sarebbe superata da due banche più grandi e che potrebbero attrarre più clienti, attraverso un numero maggiore di sportelli con la conseguenza di spingerla, come ulteriore effetto, verso il mercato europeo, ridimensionando così i suoi interessi in Italia.
In attesa delle contromosse dei contendenti, non apparendo la partita del tutto chiusa, la politica italiana, ad eccezione di qualche dichiarazione attendista, tergiversa, spiazzata da un’operazione che ridisegna la mappa del credito italiano.
Tale silenzio esprime il sintomo di un Paese che non ha ancora deciso la forma del suo capitalismo, non avendo contezza ancora del proprio interesse nazionale.
Il progetto sarà davvero al servizio del Paese?
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