Esiste una grammatica antica del sopravvivere, e impone alla vittima un debito. Chi scampa deve giustificarsi di essere ancora qui, deve abbassare la voce, deve rendersi piccolo per non disturbare chi sta peggio o chi non ce l'ha fatta.
È una regola non scritta, ma efficacissima: il superstite porta su di sé una colpa che non ha commesso, la colpa di occupare ancora uno spazio nel mondo.
Maria Ida Santopaolo, davanti alla sua gente, ha rotto quella grammatica con cinque parole: «Non chiederò scusa per non essere morta». E in quelle parole c'è un pensiero che vale la pena seguire fino in fondo, perché dice molto più di quanto sembri.
Dice, prima di tutto, che esiste davvero chi preferirebbe il silenzio. Non l'aggressore soltanto, ormai assicurato alla giustizia che, speriamo bene, farà il suo corso fino in fondo. C'è però una zona grigia, larga e rispettabile, che con le sopravvissute è a suo agio solo finché restano addolorate, riconoscenti, possibilmente mute. Nell'immaginario collettivo sembra essersi creata l'immagine della vittima perfetta, che è quella che commuove e non incrina nulla. Si lascia compatire, accetta la fiaccolata della solidarietà, ringrazia e torna a casa a combattere in silenzio con i demoni che l'hanno sfregiata nella pelle e nell'anima.
Nel momento in cui, invece, la stessa vittima prende la parola e rivendica il diritto a vivere senza paura, smette di essere consolabile e diventa scomoda. Perché non chiede più protezione, ma chiede conto.
Ed è questo lo scarto che fa paura. Una società sa benissimo come trattare le vittime. Ha riti collaudati, parole pronte, un repertorio di vicinanza e prossimità che si attiva da solo. Quello che non sa fare, purtroppo, è reggere lo sguardo di chi rifiuta quel ruolo e domanda perché la propria incolumità sia stata affidata al caso, alla prontezza di qualcuno, alla fortuna di un minuto in più. La vittima che ringrazia conferma il sistema. La sopravvissuta che non chiede scusa, in questo caso, lo mette sotto accusa (il sistema) e accende un riflettore che scuote le coscienze con impeto.
C'è poi un secondo livello, ancora più sottile. Chiedere scusa per non essere morti significa accettare che la morte fosse l'esito previsto, e la vita un'eccezione da farsi perdonare. È la resa più profonda che si possa immaginare, interiorizzare l'idea che a una donna la fine violenta competa di diritto, e la salvezza solo per grazia. Maria Ida questo lo ha capito bene, sia quella maledetta sera che le sere successive, e ha rovesciato prepotentemente l'impalcatura. Non ha detto di essere stata fortunata, ha detto che non si scusa. Ha rimesso la vita al posto che le spetta, non un dono concesso, ma una cosa sua, che nessuno aveva titolo di toccare.
Qui la tenerezza e la durezza coincidono. Commuove vedere una persona ferita che, invece di farsi più piccola, si fa intera. Ma quella stessa immagine è un atto d'accusa preciso verso tutti noi, perché rende visibile quanto ci eravamo abituati al contrario, ossia alle donne che si scusano, che minimizzano, che attenuano, che si fanno carico anche del fastidio di esistere ancora.
Resta una verità che nessuna fiaccolata scioglie. Finché saremo capaci di consolare le sopravvissute ma non di sopportarle quando alzano la testa, il problema non sarà mai stato l'uomo col coltello. Sarà stato il silenzio che gli avevamo preparato intorno.
Maria Ida non cambiare mai!
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