Navanteri

I folli, pur essendo crocifissi alla propria condizione, hanno in dono dal buon Dio il privilegio di poter dire quelle verità che, nelle loro parole, si spogliano delle ipocrisie, delle autocensure e, persino, delle buone maniere, per esplodere in faccia ad un interlocutore che, nel migliore dei casi, reagisce con amara risata e forzata compassione, essendo posto dinanzi a considerazioni che si fa fatica a confessare finanche a se stessi.

Bnl


Molto spesso, ci si ammattisce per il troppo amore non ricevuto o per un sentimento frainteso o, semplicemente, perché la vita, a volte, è meretrice di irresistibile seduzione e raffinati inganni ma, quasi sempre, il confine tra la normalità e l’insania è labile e la quotidianità ci mette di fronte a situazioni in cui la sensibilità, il buon gusto e la moralità devono essere compressi per lasciar spazio alle competizioni ferine a cui il capitalismo tecnocratico dei nostri tempi ci costringe.
Sarah, protagonista del romanzo d’esordio di Kim Andrea Brofeldt, ha delle manie che ostacolano e suggestionano i suoi giorni, frutto di un’infanzia e di un’adolescenza devastate da una famiglia mai di fatto costituita, da un lutto non elaborato, da un padre schiavizzato da alcol e droghe e da nonni irrigiditi da un antiquato perbenismo borghese in cui l’espressione degli affetti diventa sconvenienza e infrazione dell’etichetta.
Con tale retroterra, ormai cinquantenne, la donna inizia a tracciare un bilancio di ciò che è stato, identificando in una bizzarra abitudine ‒ che coltiva giornalmente ‒ il sintomo di un malessere interiore mai sopito e di una colpa nascosta nei recessi di un animo delicato che sconta la pena del confronto col mondo. Sarah è ossessionata dai compimenti, dal portare a termine ciò che chi muore lascia in sospeso ‒ la lettura di un libro, un viaggio, un pasto o qualsiasi altra azione ‒ e il lavoro di assistenza presso una residenza per anziani alimenta in maniera sproporzionata il circolo vizioso di cui è vittima.
Tutto ciò diviene forma di espiazione per un senso di colpa spinto al parossismo, dal momento che, appena sedicenne, Sarah si è resa involontariamente causa della fine di tre vite e, al contempo, ha omesso una verità che la perseguiterà per lunghissimo tempo. Tuttavia, macerarsi nel rimorso a poco serve ‒ il vecchio Menedèmo dell’Heautontimorumenos di Terenzio ne è un esempio lampante ‒ e la fuga dalle prigioni del passato si configura come unico rimedio per riabilitarsi e ritrovare una serenità ambita e mai del tutto posseduta.
Compagno della protagonista lungo il percorso verso una resurrezione esistenziale è Mehmet, fioraio perennemente di buon umore, empatico e sorridente, ma altrettanto nevrotico, il cui atteggiamento amoroso è inquinato da una bizzarra ossessione per il numero tre e i suoi multipli in virtù di cui ogni azione è ripetuta compulsivamente seguendo un preciso rituale numerico che ‒ nell’ossimorica logica della follia ‒ ne dovrebbe garantire la buona riuscita.
A scompigliare le carte interviene l’imponderabile che si manifesta con la morte di Alberte, una bimba di appena sei anni logorata dal cancro, a cui Sarah si affeziona ‒ controvoglia ‒ prendendosi cura del fratellino Bastian e stringendo un’inattesa amicizia con la madre Lotte.
Inizia da questa fine prematura e tragica la palingenesi della protagonista che troverà il coraggio di affrontare i fantasmi di una violenza subita e di incontrare, dopo decenni, Thomas, giovane padre di famiglia a cui la donna è indissolubilmente legata a causa di un segreto che il lettore apprenderà nelle battute finali del libro.
Brofeldt racconta di un riscatto che, inevitabilmente, passa attraverso la sofferenza, e lo fa utilizzando una continua sovrapposizione di piani che intrecciano vicende presenti e remote che si sviluppano nel tempo e si espandono in uno spazio che abbraccia la natìa Danimarca, la lussuosa Nizza e la lontana Australia.
La narrazione non presenta imprevedibili colpi di scena, dacché le stranezze iniziali della protagonista si chiarificano, senza grandi sforzi, con il succedersi delle pagine. Ne consegue che l’impianto del romanzo risulta essere strutturato su un’architettura semplice e solida, non eccezionale, ma decisamente gradevole. È necessario comunque rilevare che, a discapito del titolo altisonante ‒ La perfezione dei finali imperfetti ‒ e della stessa mania dei compimenti che innerva la vita della protagonista e l’intero libro, il finale tronco e inaspettato degenera in un’incompletezza che la scrittrice danese avrebbe potuto colmare con l’inserzione di ulteriori filoni narrativi incentrati sui destini di alcuni personaggi collaterali che, a ben vedere, sono collocati in uno stato di sospensione che non soddisfa la sacrosanta curiosità di chi legge.
Siamo di fronte ad un’opera prima e tanto vale a giustificare questa piccola lacuna e ad auspicare notevoli margini di miglioramento per il futuro, ma ben più della forma, la sostanza è solida e ciò è indubbiamente un buon incentivo per inserire tra le proprie letture la storia di follia e redenzione che Brofeldt ci offre in dono.

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