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Il sole fa bene ai bambini, ma troppo sole, soprattutto se preso male, può lasciare il segno. È questo il punto da cui partire quando parliamo di esposizione solare in età pediatrica. 

Negli ultimi decenni abbiamo imparato che le scottature ripetute e le esposizioni intense, concentrate magari in pochi giorni di vacanza, possono aumentare il rischio di danni alla pelle e agli occhi che si manifestano anche molti anni dopo. L'OMS considera l'eccessiva esposizione ai raggi UV un importante fattore di rischio per i tumori cutanei e per diverse patologie oculari.
Il problema riguarda soprattutto i bambini. La loro pelle è più delicata e gli occhi sono maggiormente vulnerabili alla radiazione ultravioletta. Il danno può essere cumulativo oppure derivare da esposizioni acute, quelle che provocano il caratteristico arrossamento o, peggio, la vera e propria ustione solare. Proprio le ustioni subite nell'infanzia e nell'adolescenza sono state associate a un maggiore rischio di melanoma nell'età adulta.
Ma attenzione: non è corretto dire che il sole fa male. Una certa esposizione ai raggi UV è necessaria per la produzione di vitamina D, importante soprattutto per lo sviluppo dell'apparato scheletrico e coinvolta anche in altre funzioni dell'organismo. Il problema, dunque, non è scegliere tra «sole sì» e «sole no», ma imparare a esporsi correttamente.
Il nostro stile di vita, però, è cambiato: spesso trascorriamo poco tempo all'aperto durante l'anno e concentriamo l'esposizione in pochi giorni estivi. La pelle viene così sottoposta improvvisamente a quantità elevate di radiazioni, senza quella graduale abitudine al sole che può avvenire nel tempo. Per questo la prima regola è evitare le scottature e limitare l'esposizione nelle ore di maggiore irradiazione, privilegiando ombra e abbigliamento protettivo.
Nei bambini più piccoli la prudenza deve essere ancora maggiore. Prima dei sei mesi è preferibile evitare l'esposizione diretta al sole. Cappello, abiti adeguati, ombra e, quando necessario, occhiali da sole con elevata protezione dai raggi UV sono strumenti semplici ma fondamentali. Attenzione anche a sabbia, acqua e neve che possono riflettere la radiazione e aumentare l'esposizione.
E le creme solari? Sono utili, ma non devono diventare una licenza per stare più a lungo al sole. La fotoprotezione pediatrica deve essere innanzitutto fisica e comportamentale; il filtro (la crema solare, ndr) va considerato una protezione complementare delle zone che non possono essere adeguatamente coperte. Se utilizzate, devono essere applicate correttamente e riapplicate dopo il bagno, la sudorazione o lo sfregamento.
Sul tema dei filtri esiste oggi un confronto scientifico. Nel 2024 un gruppo di pediatri e dermatologi ha pubblicato un documento sull'uso delle creme solari, richiamando l'attenzione sul loro impiego corretto e sulla composizione di alcuni prodotti.
In definitiva, il messaggio che noi pediatri dobbiamo dare alle famiglie è semplice: non dobbiamo togliere ai bambini il piacere di stare al sole, ma insegnare loro a farlo bene. Ombra nelle ore più calde, cappello, abiti adeguati, protezione degli occhi e niente scottature. La vera fotoprotezione comincia da semplici gesti e, come tutte le buone abitudini, va insegnata fin da piccoli, con l'esempio dei genitori.

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