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Anni addietro, Nuccio Ordine (1958-2023), raffinato intellettuale nonché mio compianto docente ai tempi dell’università, scrisse un saggio ‒ divenuto, ben presto, vero e proprio manifesto di una critica, ahimé, non più militante ma, per fortuna, ancora esistente ‒ intitolato L’utilità dell’inutile in cui si denunciava la superficialità culturale e spirituale delle attuali «democrazie mercantili», additando, al contempo, l’esigenza di recuperare quei saperi umanistici che, al di là delle ingannatrici sirene del profitto, sono gli unici in grado di consentirci una necessaria riscoperta della dignitas homini e dei valori ad essa connessi.


Sulla sua falsariga, il giovane insegnante e scrittore Giulio Zambon ci consegna Le parole affilate, un libro solo apparentemente destinato ai famigerati addetti ai lavori che bazzicano sempre meno numerosi e sempre più straccamente sui territori accidentati della letteratura. Esso, infatti, con linguaggio gradevole e incisivo, con i dovuti tecnicismi ‒ mai scadenti nell’inutile pedanteria ‒, e un culto quasi vocazionale nei confronti delle infinite potenzialità della parola, accompagna qualsiasi lettore di buona volontà tra i meandri della poesia italiana e i messaggi attualissimi che versi concepiti in epoche ormai remote sono in grado di trasmettere anche alle nostre frastornate coscienze sempre più ottuse dalla tecnocrazia e da un capitalismo assurto a paurosa religione laica priva di qualsivoglia etica e, peggio ancora, di indispensabili forme di carità.
Zambon affronta la questione poetica da una prospettiva diversa e intelligente: facendo leva sulla sensibilità universale che accomuna gli uomini di ogni tempo e latitudine, si sofferma sull’umanità degli autori trattati e sulle somiglianze che le loro biografie ed esperienze hanno, di riflesso, con le nostre. Ne deriva che lo sconforto di Dante per la morte di Beatrice, i dubbi e le inquietudini di Tasso sulla propria coerenza religiosa, l’estro immaginifico di Giambattista Marino o la costante ricerca estetica di D’Annunzio siano ispirati da emozioni che, tuttora, nutrono la quotidianità delle nostre vite e rendono gli illustri letterati molto più vicini a noi di quanto una deleteria conoscenza esclusivamente manualistica possa farci credere.
Tutto ciò si configura altresì come monito nei confronti di coloro che intendono ridurre il fatto letterario a mero delectare, dal momento che si ribadisce che la poesia richiede impegno e restituisce scomodità ‒ «La primavera vera è quella dove le vere foglie e i veri fiori possono anche non donarci gioia» ‒, pone domande, scarseggia in risposte e, soprattutto, non sgrava l’uomo dalle colpe di vivere e di scrivere: «La poesia richiede profondità e, come per i sommozzatori, la discesa avviene accogliendo il peso, non levandoselo di dosso. Là sotto, se avremo il coraggio di tenere aperti gli occhi, riconosceremo la nostra immagine più vera: non quella che speravamo, ma la più aderente al pronome personale “io”».
Zambon ricostruisce meritoriamente il perimetro corrotto e inflazionato dell’arte poetica attraverso le parole immortali dei classici, invitando a riscoprirli e a comprenderli alla luce dell’universalità valoriale cui si accennava in precedenza.
La riflessione spontanea che la lettura de Le parole affilate suggerisce ci riporta ad una triste realtà che si consuma in modo biasimevole sotto i nostri occhi: il dilagante malcostume della pletora di autoproclamati poeti che, totalmente digiuni delle più elementari nozioni di prosodia e metrica ‒ e, spesso, anche di grammatica ‒, approfittando della cattiva e strumentale interpretazione del concetto di “verso libero”, millantano per poesia delle semplici giustapposizioni di frasette motivazionali accompagnate da sporadiche rime.
Tale fenomeno, benché imputabile alla boria personale e alla presunzione intellettuale, risulta artatamente alimentato da case editrici o associazioni pseudoculturali ‒ perlopiù di piccole dimensioni ‒ che si ingegnano ad organizzare certami con giurie poco qualificate e dispensano a iosa targhe e pergamene, promettendo ai sedicenti poeti gloria letteraria ed estorcendo loro denari per le conseguenti pubblicazioni.
Pertanto, se il mondo poetico si decompone per la mancanza di protagonisti e l’abbondanza di scimmiottanti imitatori, libri come quelli di Ordine e di Zambon richiamano all’utilità del metodo e alla capacità di raccontare ‒ o cantare ‒ i sentimenti, tenendo presente l’insostituibile lezione dei grandi letterati che ci hanno preceduto, con la consapevolezza che, per quanto evoluti tecnologicamente, l’afflato artistico è destinato a rimanere immortale: «Le poesie non si scrivono solo con le parole, e le IA conoscono solo quelle».
Purtuttavia, è noto che «i libri sono oggetti chiusi e fragili. Per zittirli basta far combaciare i due lembi della copertina, accendere un fuoco, venderli a pochi euro in più. La loro voce non è assordante e rumorosa come quella dei venditori ambulanti o dei politici, perché non hanno niente da venderci, non devono convincerci» e ciò fa appello alla nostra responsabilità: Zambon ci indirizza sulla retta via dei classici, a noi lettori resta il compito di discernere le buone intenzioni del letterato dalla vanagloria del pusillanime che si spaccia per tale.

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