Il 3 agosto la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera al Piano di rientro 2026-2028. Sedici anni di forzate, e forse anche dovute, sofferenze si chiudono con una firma su un foglio di carta. Pochi giorni dopo, il Consiglio dei ministri ha chiuso il cerchio e la Corte dei conti non ha mosso rilievi: “non vi è luogo a pronuncia sul provvedimento in epigrafe”.
Tradotto, non c'era niente da eccepire.
La Calabria torna a gestirsi la sanità da sola. È un passaggio serio e va detto.
Nel frattempo, la Regione ha lanciato il richiamo ai medici calabresi che lavorano altrove. Incentivi straordinari, appelli in video, la promessa di riportare a casa chi un nome se l'è fatto, fuori. Qualcuno è tornato davvero. Accanto a loro ci sono quattrocento medici cubani che tengono in piedi interi reparti e l'apertura a specialisti stranieri con titoli che il Ministero non ha ancora riconosciuto. Si fa quello che si può, a volte anche di più.
Poi c'è una sala d'attesa.
Ci siamo stati, non molto tempo fa, mentre un familiare era in sala operatoria per un intervento lungo. Ore. Nessuno esce, nessuno dice niente. Non perché sia andata male, ma perché si esce a dare notizie a fine seduta, quando le operazioni della giornata sono finite tutte. Chiedere non serve, “l'indagato” te lo spiega con gentilezza sincera e ti spiega una cosa che però non si allinea con il processo di cambiamento che si sta tentando di mettere in atto, perché qui funziona così. Non è cattiveria di nessuno, sia chiaro, è un'organizzazione costruita intorno ai tempi del blocco operatorio e non intorno a chi aspetta fuori.
Solo che non deve funzionare così. La legge 219 del 2017, all'articolo 1, stabilisce che il paziente può indicare i familiari incaricati di ricevere le informazioni sulle sue condizioni e che quell'indicazione va registrata nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. È scritto da nove anni. Non manca la norma, manca qualcuno incaricato a fare questo. Quanto pesa, su un bilancio regionale, uno che esce in corridoio e dice due frasi?
In questi giorni la Procura di Catanzaro ha chiesto il processo per dieci persone legate a un reparto di un ospedale calabrese. L'accusa parla di liste d'attesa pilotate e di pazienti anziani indotti a versare cinquecento euro per essere operati, con costi che il servizio pubblico copriva già. Sono ipotesi accusatorie e sarà un giudice a stabilire cosa è accaduto. Le persone riconosciute come offese, intanto, sono trentatré.
Sono vicende diverse. Il paziente, però, in tutte e due resta al buio.
E in mezzo ci sono i numeri che il commissariamento consegna a chi lo eredita. Nel 2024 settantacinquemila calabresi sono andati a curarsi fuori regione. Nel 2025 un residente in Calabria poteva contare su 52,6 anni di vita in buona salute, contro i 59,1 della media nazionale. Sei anni e mezzo di vita sana di differenza.
Un ospedale non si misura solo dal chirurgo che opera. Si misura anche da chi accompagna, da chi risponde, da chi si accorge che dietro quella porta c'è gente che non respira da tre ore. Questa parte non ha bisogno di fondi europei, non ha bisogno di bandi, non ha bisogno del rientro di nessuno.
Il commissariamento è finito perché tornavano i conti. Le ore in corridoio non le ha mai commissariate nessuno e sono rimaste esattamente dov'erano.
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