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Venerdì 1° maggio sul calendario c’è scritto: Festa dei lavoratori. Con i tempi che corrono, non credo ci sia molto da festeggiare. Anche quei lavoratori che un’occupazione ce l’hanno, fanno bene a non darsi alla pazza gioia in questo che dovrebbe essere per tutti un giorno di spensieratezza, visto che corrono il rischio che, tornando a casa dopo i festeggiamenti, trovino nella buca delle lettere un avviso di licenziamento.  Eppure la nostra resta una società basata sulla festa. Ci sono feste per tutti e per tutti i gusti: laiche e religiose; pubbliche e private. c’è la festa della mamma, quella del papà e quella degli innamorati.

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Tutti cercano di celebrare al meglio ogni festa, visto che non è poi così difficile. Basta recarsi in un ristorante, il primo che si incontra dopo la prima curva e il gioco è fatto. Si torna a casa contenti di aver fatto la propria parte. Soddisfatti di salutare con un ampio gesto della mano accompagnato da un complice sorriso l’amico ed il conoscente col quale si condivide quotidianamente la solita passeggiata lungo il corso principale.
E si, perché, infine, ogni festa si risolve in un pranzo più o meno celebrativo e liberatorio, visto che per la gran parte di noi tutti, anche le festività più spirituali e religiose si concludono in un mega incontro a tavola e non sono certo occasione per fare un esame di coscienza circa i comportamenti tenuti nella sfera lavorativa e, più in genere, nei rapporti coi propri simili.
In tanti scambiamo il successo con la cilindrata della propria auto, per cui non è da imitare e da rispettare chi si guadagna il pane col sudore della propria fronte, se poi non può sfoggiare l’ultimo modello di fuoristrada. Una società fortemente edonistica la nostra, imperniata sull’apparire piuttosto che sull’essere; basata sul consumismo di beni e servizi.
Ed ogni festività si consuma in pubblico, ove tutti possono invidiare all’altro un qualcosa che l’altro non è riuscito a possedere.
Anche questa giornata del 1° maggio 2009, si consuma all’insegna della solita manifestazione sindacale e politica ove ognuno celebra la sua parte secondo il ruolo ricoperto; e poi tutti a tavola. Il lavoro, chi non ce l’ha, è bene, forse, che se lo cerchi da solo.
I terremotati, i barboni, i drogati, le schiave del sesso, i diversamente abili, gli ammalati terminali, i clandestini, et cetera, sono un incidente di percorso dell’umanità, fenomeni deprecabili ma di scarsa importanza, almeno finché non ne siamo colpiti in prima persona. Fenomeni sui quali, in ogni caso, è bene non posare lo sguardo più di tanto, visto che sono di difficile, impossibile soluzione. L’importante è dimostrarsi disponibili, sebbene impotenti. Magari facendo l’elemosina e girando lo sguardo dalla parte opposta. C’è, addirittura, la festa della donna e, come dicevamo all’inizio, quella dei poveri lavoratori. Ma c’è anche la festa della Liberazione e quella della Repubblica. C’è la festa del Santo Natale, dell’Epifania, della Pasqua, del Santo patrono locale e nazionale. C’è ancora quella del ferragosto e quella della Vittoria. C’è pure la festa dei diciotto anni, dei cento giorni e per non fare torto a nessuno, c’è la festa di tutti i santi. Quante  feste. È una gioia!.

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