L’inizio del nuovo anno ha sempre il sapore dei buoni propositi. Non un momento neutro, ma un confine sottile tra ciò che si è avuto il coraggio di dire e le attese dei nostri lettori. Il 2025, per dirittodicronaca.it, non è stato un anno facile, ma è stato un anno necessario.

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Necessario per il territorio, necessario per chi legge, necessario anche per chi continua a fingere che raccontare la realtà sia un fastidio da tollerare.
Abbiamo scritto di ciò che accade davvero, non di ciò che fa comodo raccontare. Abbiamo parlato di sanità allo stremo, di territori lasciati soli, di servizi che funzionano a singhiozzo, di incendi, di violenze, di marginalità quotidiana. Abbiamo raccontato tragedie che non fanno rumore nazionale ma scavano solchi profondi nelle comunità. E lo abbiamo fatto senza enfasi, senza pietismi, senza bandiere. Con un principio semplice: la cronaca non serve a compiacere, serve a disturbare le coscienze. Ma il nostro territorio, per fortuna, è anche e soprattutto iniziative sociali, cultura e quel pizzico di creatività che tiene vive le popolazioni.
Nonostante tutto, qualcuno continua a dire che dirittodicronaca.it sarebbe un “giornale di parte”. L’osservazione ci strappa sempre un sorriso. Ci viene da domandare: di quale parte, esattamente? Se per “parte” si intende quella del “potere”, allora possiamo rassicurare tutti: stiamo deludendo ampiamente le aspettative. Perché il “potere” spesso ci rimprovera, ci invita alla prudenza, ci chiede di abbassare i toni. Segno evidente che stiamo facendo il nostro mestiere.
Se invece per “parte” si intende la parte dei cittadini, di chi subisce disservizi, di chi vive le conseguenze delle scelte altrui, allora sì: siamo colpevoli. Colpevoli di raccontare ciò che accade, anche quando è scomodo. E a chi continua a ripetere questa tiritera, dobbiamo pensare che lo faccia o per sentito dire, o perché non legge, non capisce, non segue, dorme…
Il 2025 è stato l’anno in cui questo giornale ha dimostrato di essere vivo. Una redazione che si è rimessa in moto, nuove rubriche, voci diverse, plurali, uno sforzo quotidiano di qualità e continuità. I numeri lo confermano: una comunità ampia, presente, che legge. E qui arriva l’altra verità, quella meno elegante ma più onesta: leggere non basta. Un giornale indipendente non si regge sugli applausi virtuali né sulle condivisioni indignate. Si regge sulla responsabilità collettiva.
Troppi hanno dato per scontato che l’informazione debba essere gratis, sempre, comunque. Come se scrivere, verificare, esporsi, rispondere legalmente, fosse un hobby. Come se dietro ogni articolo non ci fossero persone, tempo, costi, rischi. I giornali in edicola si pagano e nessuno si scandalizza. Qui no, qui si pretende. E poi ci si lamenta quando le voci si spengono.
Lo ripetiamo, noi non abbiamo editori, non abbiamo padrini, abbiamo solo l’idea ostinata che questo territorio meriti di essere raccontato con onestà, anche quando fa male.
Il 2026 non sarà un anno di proclami. Sarà un anno di scelte. Anche per chi legge. Perché l’informazione libera non muore all’improvviso: si spegne lentamente, nell’indifferenza di chi pensava che qualcun altro avrebbe pagato il conto.
Noi continueremo a fare la nostra parte. Con rigore, con ironia quando serve, senza chiedere permesso. Ma una cosa va detta senza giri di parole: il futuro non si commenta, si sostiene. E questa volta, davvero, la palla è nel campo delle comunità.
Buon anno. Con meno alibi e più responsabilità.

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