Perché siamo una terra di migranti e di mafiosi?
Può sembrare uno slogan provocatorio, ma oggi è una constatazione necessaria in cui la Calabria diventa una terra da cui è meglio scappare piuttosto che tornare.
Non a causa dei grandi traffici criminali o delle inchieste giudiziarie che periodicamente riempiono le cronache. Molto più banalmente e molto più tragicamente, la risposta sta nella quotidianità. Sta in ciò che accade quando la libertà di raccontare i fatti, senza avere qualcuno che ci controlli con il guinzaglio, fa emergere chiaramente il disagio di qualche politicante che, diversamente, cerca di sfruttare il proprio piccolo potere per condizionare eventuali soggetti propensi a sostenere il nostro progetto. Così i tentativi maldestri, tipici degli atteggiamenti mafiosi (che tanto condanniamo e disprezziamo), vengono messi in atto al fine di orientare decisioni. Ma tant'è! Fortunatamente, c'è ancora tanta presenza di Uomini che non si piegano a certe logiche di potere, nonostante una cultura che ha smesso di premiare il merito e ha elevato il favore a sistema.
In Calabria si impara presto una lezione distorta: non conta quanto vali, conta chi conosci. È una pedagogia silenziosa ma potentissima, che consuma la dignità civica. Una terra che vive di nomine politiche costruite per fedeltà e non per competenza finisce per produrre un effetto devastante. Umilia chi studia, scoraggia chi si impegna, spinge chi ha talento a partire. Non perché manchi l’amore per questa terra, ma perché qui l’amore non basta a sopravvivere. Così il merito viene sacrificato sistematicamente sull’altare della convenienza e la conoscenza, invece di essere cultura, serve ad aprire le porte del bisogno, del lavoro, del dolore. Serve a saltare la fila, a evitare l’attesa, a ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a tutti. In questo senso, una madre che aspetta mesi per un esame diagnostico urgente, scopre che l’unica scorciatoia è il privato. Un padre che sente dire “non c’è posto” sa che, per altri, il posto si trova. E così la sanità diventa il punto di rottura più feroce di questo sistema.
La sanità calabrese non è solo sottofinanziata, è culturalmente piegata. Piegata a una logica che ha trasformato le nomine in terreno di spartizione, gli incarichi in moneta politica, le direzioni sanitarie in trincee di potere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pronto soccorso sovraffollati, reparti chiusi, medici allo stremo, liste d’attesa incompatibili con la vita. E chi può, scappa. Chi non può, aspetta. O rinuncia.
La migrazione sanitaria non è una scelta. È una costrizione. È il sintomo di uno Stato che non garantisce il diritto alla cura in modo uguale per tutti. Chi ha risorse si salva. Chi non le ha spera.
In questo contesto suonano quasi grotteschi gli appelli del governatore Occhiuto al ritorno dei medici calabresi emigrati. Perché un professionista dovrebbe tornare in un sistema che non lo ha valorizzato quando era ancora in terra calabra? Quando lo ha costretto a scegliere tra competenza e sottomissione? Quando lo ha visto partire nell’indifferenza generale? Non bastano incentivi economici o premi temporanei. Serve un cambio radicale di paradigma. Serve smantellare il sistema delle fedeltà e ricostruire quello delle responsabilità.
E allora sì, la Calabria è una terra di migranti, dove vale il detto “nemo profeta in patria”. Dove chi vale spesso deve andarsene per dimostrare di valere. In una terra che rischia di restare prigioniera di una mentalità mafiosa anche quando non spara, non minaccia, non estorce. Perché la mafiosità più pericolosa oggi è quella che normalizza l’ingiustizia, che rende accettabile l’umiliazione, che trasforma il bisogno in leva di controllo.
Non è vero che in Calabria non c’è lavoro. È vero che manca la volontà di fare le cose per bene. Manca il coraggio di rompere equilibri marci, di rinunciare al piccolo potere in nome del bene comune, di dire no quando dire sì conviene.
Eppure, nonostante tutto, questa terra non è persa. Esiste una Calabria che resiste, che lavora, che non si vende. Uomini e donne che non accettano il ricatto del favore, che credono ancora nel valore del merito, che sanno che cambiare è possibile. Ma questa parte buona ha bisogno di essere protetta, sostenuta, riconosciuta. Non isolata.
Se continuiamo a scambiare la fedeltà per competenza, la conoscenza per diritto, il favore per giustizia, allora continueremo a essere una terra da cui si fugge. E non servirà più chiedersi perché. La risposta sarà sotto gli occhi di tutti.
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