La tragedia di una generazione davanti alle fiamme

La notte di Capodanno del 2026 sarà ricordata non per fuochi d’artificio e brindisi, ma per un incendio che ha trasformato una celebrazione in un inferno di morte. In un bar della località sciistica di Crans-Montana, nel cuore delle Alpi svizzere, una serata di festeggiamenti è degenerata in tragedia quando un fuoco improvviso ha inghiottito centinaia di giovani e giovanissimi.

Bnl

Almeno 40 persone sono morte, oltre 100 sono rimaste ferite, molte in modo gravissimo, e tra le vittime ci sono adolescenti e ragazzi di diverse nazionalità.
Le cause della tragedia sono ormai note a tutti, non un atto doloso, ma un cumulativo fallimento di sicurezza e di controllo. 
Le responsabilità tecniche dei gestori e delle autorità locali saranno oggetto di indagine giudiziaria che vede i titolari del bar indagati per omicidio colposo e negligenza, mentre l’opinione pubblica chiede giustizia per le famiglie spezzate.
Ma a fianco di queste responsabilità palesi ce n’è un’altra, più sottile e forse più inquietante, quella culturale delle abitudini che abbiamo costruito e che chiamiamo “normalità”. I video che circolano, le immagini condivise negli istanti in cui il fuoco divampava, mostrano scene di incredibile fascinazione verso l’evento stesso. In un’epoca in cui tutto è ripreso, filmato, pubblicato, osserviamo i gesti che valgono più di ogni parola: persone che, invece di fuggire appena le fiamme hanno iniziato a propagarsi, rimangono in loco a riprendere con i telefonini, come se fosse un ultimo capitolo di un reality senza regole. 
È difficile sapere quanto queste immagini siano rappresentative del comportamento complessivo. Ma quel che non possiamo ignorare è la sensazione -rilanciata dai social, confermata da testimonianze- che la tecnologia e la “performance digitale” siano diventate, per alcuni, più importanti della propria sopravvivenza.
Quando si parla di tragedie collettive, è naturale concentrarsi sulle cause materiali: mancanza di uscite di emergenza, materiali infiammabili, assenza di controlli. Tutto questo è fondamentale. Ma la cronaca di ciò che è accaduto a Crans-Montana ci impone anche di guardare allo specchio di una generazione che spesso sembra vivere gli eventi non come esperienza reale ma come contenuto da registrare, mettere in mostra, condividere. Un comportamento che non è solo superficiale, ma che può diventare pericolosamente autoreferenziale quando, nella confusione di un istante cruciale, prevale il desiderio di testimoniare sul desiderio di salvarsi.
Non si tratta di moralismo retrò. Si tratta di responsabilità: personale prima ancora che collettiva. La possibilità di salvarsi -secondo i racconti dei soccorritori e dei sopravvissuti- sarebbe stata maggiore se molti avessero reagito in tempo anziché rimanere intrappolati. Fermo restando, lo sottolineiamo ancora una volta, che la prevenzione e la sicurezza sono il primo livello di responsabilità di chi gestisce spazi pubblici. 
A questo segue la capacità di reagire all’improvviso, che è il livello di responsabilità di ciascuno di noi come esseri umani. Però, oggi, siamo così abituati a filmare ogni attimo che abbiamo finito per farlo anche mentre il tempo per scappare scorreva via.
La tragedia di Capodanno non è solo un fatto di cronaca. È un monito. Uno specchio in cui dovremmo riconoscere non solo le vittime e i loro nomi, ma anche i nostri automatismi digitali, la nostra abitudine di rinviare la realtà a un pixel, di trasformare ogni evento in contenuto, di cercare testimoni digitali piuttosto che vie d’uscita reali.
Condannare chi non ha messo in sicurezza il locale è giusto e necessario. Ma condannare la superficialità che subordina la vita alla testimonianza è altrettanto urgente. In un’epoca in cui ogni secondo può essere condiviso con il mondo, ricordiamo che il primo istinto che salva è quello di correre verso la luce, non verso la lente dell'obiettivo del telefono.
La memoria di chi è morto a Crans-Montana non merita di essere rimpiazzata da un video virale. Merita rispetto, comprensione, cambiamento, soprattutto nell'educare le nuove generazioni a essere responsabili verso se stessi e verso gli altri. E questo deve cominciare da ciascuno di noi, prima di puntare un obiettivo e premere “record”.

Alle famiglie delle vittime va il nostro profondo sentimento di cordoglio.

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