Nell’autunno del 1943, la Germania, logorata da una guerra che ha deliberatamente contribuito a scatenare, diviene un frenetico girone infernale. Le bombe alleate piovono sulle principali città tedesche seminando morte e distruzione e incrinando, giorno dopo giorno, l’incrollabile fiducia in una vittoria che appare sempre più improbabile, nonostante l’implacabile macchina della propaganda ‒ allestita dal mefistofelico ministro Goebbels ‒ tenti in tutti i modi di ridestare la proverbiale disciplina teutonica e la conseguente incondizionata obbedienza ai diktat di un Führer sempre più schiavo di nervi malati e manie di grandezza.
Il lutto, il sangue e la miseria iniziano a scuotere la coscienza popolare e si intravedono all’orizzonte i primi timidi segnali di una capitolazione che la Storia ha dichiarato inevitabile.
In questo contesto di terrore e inquietante decadenza si consuma la vicenda di Rosa Sauer, la protagonista del romanzo, a cui la volontà di un dio sadico o di un destino esecrabile ha riservato il tormento dell’attesa. Costretta a lasciare Berlino, ormai martellata dall’aviazione nemica, la giovane donna trova ospitalità nella campagna prussiana dove gli anziani suoceri coltivano assieme a lei la speranza di un imminente rientro di Gregor, marito, figlio e soldato che l’inflessibile potenza tedesca ha condotto tra le immense e gelide lande del fronte russo.
Rosa ha l’animo lacerato dall’aspettativa del ritorno del consorte ma, ben presto, un altro fosco avvenimento si abbatte inaspettatamente sulla sua esistenza già scandita dal metronomo della paura: le famigerate SS la prelevano per inquadrarla in un gruppo di donne incaricate di assicurarsi che i cibi preparati per Hitler non siano avvelenati. Contro ogni previsione e desiderio, la giovane berlinese diventa un’assaggiatrice del Führer che, rintanato nella Wolfsschanze (“la tana del lupo”) e nascosto dalla fitta foresta circostante, progetta offensive impossibili e favoleggia di truppe ed armi immaginarie.
La protagonista ingaggia pertanto un quotidiano duello con la morte che potrebbe assumere l’ingannevole aspetto di una profumata fetta di torta o di una calda zuppa di verdure, ma non si avvilisce e si immedesima in un ruolo che condivide con altre sventurate a cui la guerra ha ammorbato la vita e i sentimenti. Ne nasce un microcosmo femminile fatto di connivenze, rivalità, pettegolezzi, vanità, amicizie e tradimenti dinanzi a cui intravediamo l’inarrestabile istinto di sopravvivenza che si ingegna in tutti i modi pur di ricreare un frammento di normalità in mezzo alle ore più buie della Storia.
Rosa combatte il proprio conflitto tra i tavoli di una mensa nazista, mentre Gregor cerca scampo dalla furia bellica tra le nevi di una terra straniera, ma Iddio latita sui campi di battaglia perché lì si consuma il male degli uomini e men che meno si ascolta il dolore di un soldato miscredente che, di lì a breve, vien dato per disperso.
Il Reich scricchiola dalle fondamenta e la stessa sorte subiscono le certezze della protagonista che, incapace di accettare la possibilità della vedovanza, si concede all’oppressore ‒ che assume le sembianze del tenente Ziegler ‒ non solo e non tanto per assecondare la naturale passione della carne quanto piuttosto per esorcizzare una condizione di solitudine sin troppo diffusa tra le donne di una nazione in guerra.
Se Hitler è assistito da una perfida fortuna che lo salva da un attentato dinamitardo organizzato dal colonnello Claus Schenk von Stauffenberg (20 luglio 1944), Rosa ne è avversata a tal punto da perdere anche Elfriede, l’unica amica ‒ misteriosa, scaltra, custode di un terribile segreto, ma profondamente umana ‒ che riesce ad esercitare su di lei l’inspiegabile fascino che scaturisce da tutto ciò che è proibito.
La giovane berlinese ha il vuoto attorno a sé e le lugubri macerie degli edifici competono con quelle del suo cuore, ma la narrazione ‒ che, in virtù di logica, avrebbe dovuto seguire il corso di una ricostruzione materiale e morale ‒ subisce una cesura e catapulta il lettore avanti nel tempo ‒ nel 1990, per la precisione ‒ tra le anguste mura di un ospedale di Hannover nel mentre Rosa, ormai gravata dagli anni e solcata dalle rughe, fa visita ad un uomo morente a cui la guerra ha devastato lo spirito. Dinanzi a quel capezzale, si chiude un cerchio allargatosi negli anni, alimentato dall’esercizio del ricordo e culminato in una costante mancanza di pace.
Ispirato ad una storia realmente accaduta e trasposto con successo sul grande schermo, il romanzo di Rosella Postorino è una lezione di resilienza ‒ parola usata, abusata e stuprata ai nostri giorni, ma che in questo caso, considerate le vicissitudini, è doverosa ‒ e, al contempo, un documento utile per comprendere un aspetto trascurato di quel variegato mondo di pazzie che fu il Terzo Reich.
Un boccone avvelenato è il discrimen tra la vita e la morte, prezioso esempio di quanto le sottigliezze possano fare la differenza e, a modo loro, cambiare il corso della Storia.
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