Il neo asse Roma-Berlino, descritto come il nuovo motore dell’unità europea, sembra andare, in realtà, nella direzione opposta alla costruzione di una casa comune politica dei ventisette stati dell’Unione.

Bnl

Se la storia vale ancora qualcosa nelle relazioni tra gli Stati, l’anzidetto rapporto deve interpretarsi più che in una prospettiva di alleanza strategica, viceversa, in un gioco di sponda reciproca tra l’Italia e la Germania, la quale, sebbene tante cose siano cambiate negli ultimi ottanta anni, continua a nutrire qualche remora nei confronti del Bel Paese (tradimenti italiani del 1915 e del 1943), poiché, anche, nelle nazioni (essendo organizzazioni sociali) la componente psicologica ha una valenza non secondaria.
Sarà difficile, quindi, in questa partita escludere ovvero sostituire la Francia, apparentemente isolata, atteso che, come è noto, la realizzazione dell’Unione Europea finora ha camminato sulle gambe della Germania e del Paese d’oltralpe. 
L’accordo franco-tedesco resta tuttora, essendo oltretutto espressione della mediazione tra gli stati del sud e quelli del Nord, l’architrave su cui si fonda la Comunità stessa. 
Pertanto, l’attuale convergenza tra Giorgia Meloni ed il cancelliere Merz non esprime altro che l’esigenza contingente dei due leaders affinché la Ue prenda una direzione funzionale alla proiezione dei propri interessi politici, considerato che entrambi sono conservatori, vogliono adottare politiche migratorie restrittive e guidano economie integrate fortemente in crisi. 
Ma quali sono gli interessi in gioco? 
In questo momento esistono due visioni dell’Europa che si confrontano ove da una parte alcuni partner, unitamente a Macron, oltre che Mario Draghi, spingono per un’accelerazione dell’integrazione europea unitaria in senso federale per avviare, in tal modo, una serie di riforme strutturali (vedi Rapporto Draghi sulla competitività ed Investimenti e rapporto di Enrico Letta mercato unico Integrazione nei settori strategici) al fine di smuovere l’Unione dalla sua cronica impasse nei settori chiave dell’economia, della tecnologia e dell’innovazione, mentre dall’altra parte sussiste la posizione di Giorgia Meloni che ha trovato un compagno di viaggio in Friedrich Merz del quale ancora non è dato comprendere se quella del cancelliere tedesco sia una scelta tattica o strategica. Questi, non solo grazie all’Italia si è inserito nel progetto “Global Combat Air Programme” che intende sviluppare un sistema aereo di nuova generazione entro il 2035, insieme a Londra, Tokyo e Roma, dopo aver abbandonato il programma alternativo (Future Combat Air System) con Francia e Spagna, ma, in questa fase contingente, ha un bisogno vitale di allentare le restrizioni sugli aiuti di Stato per finanziare l’industria tedesca.
Di certo, allo stato, si mostra palese l’obiettivo della Meloni diretto a stroncare qualsiasi aspirazione federalista e ricondurre l’Europa ad un assetto istituzionale di nazioni pienamente sovrane le cui intese sono declinazioni di alleanze contingenti, bilaterali e/o variabili, in piena autonomia e libertà degli attori stessi secondo la percezione del proprio interesse nazionale. 
Sullo sfondo, sussiste, quindi l’aperta avversione alla preminenza del diritto comunitario rispetto a quello nazionale, vera lesione alla sovranità nazionale, nonché l’esigenza di politiche protezionistiche in favore delle economie dei due paesi esportatori maggiori.
Su tali presupposti l’intesa tra Berlino e Roma che intende puntare sul rafforzamento del Consiglio europeo come strumento di semplificazione normativa delle decisioni, alimentando logiche nazionaliste, non fa bene all’integrazione europea, né tanto meno all’Italia stessa, poiché profonde sono le differenze con la Germania oltre che sul tema dell’indebitamento pubblico, sull’integrazione europea, sulla difesa del versante orientale, sull’approvvigionamento energetico, sulle ambizioni climatiche, ma soprattutto sul profilo geopolitico mediterraneo del Bel Paese del tutto distante dagli amici tedeschi.
Chissà se durerà il nuovo asse?
In ogni caso senza l’accordo tra Francia e Germania non si va da nessuna parte.

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