Morire a una pompa di benzina, sulla statale 106, nel piazzale dove di solito ci si ferma qualche minuto e poi si riparte è davvero una beffa. Beffa che si unisce al danno che da anni continuiamo a non vedere mentre braccia, sudori e fatica si consumano nei campi delle nostre aree interne.
Quattro braccianti carbonizzati, chiusi dentro un minivan con le portiere bloccate dall'esterno, è il risultato di un pomeriggio di ordinaria follia lungo uno dei tracciati più pericolosi d'Italia, la Statale 106. Solo uno è riuscito a salvarsi da quell'inferno di fuoco, gli altri quattro, tre afghani e un pachistano dai 19 ai 29 anni, arrivati in Calabria passando dalla Sardegna, sono stati carbonizzati da quell'inferno di fuoco.
L'unico sopravvissuto ha spiegato che non venivano pagati da oltre un mese. Si erano ribellati. Avevano detto no al pizzo che i caporali pretendevano persino sul trasporto verso i campi. Sono morti per questo, per aver chiesto i soldi del loro lavoro. Perché hanno alzato la testa.
Adesso arrivano le parole giuste. La premier parla di barbarie, il presidente della Regione pubblica il video dei cruenti attimi che precedono la tragedia, i sindacati annunciano il corteo per la giornata di domani. Sgomento, cordoglio e rabbia fanno parte di un repertorio completo. Ma la domanda che ci tormenta è: questi quattro giovani, fino al giorno prima, erano visibili per qualcuno? O nessuno li vedeva salire su quel minivan all'alba per 30/40 euro a giornata, otto, dieci ore nei campi? Nessuno li vedeva perché erano numeri di una contabilità che a tutti faceva comodo non leggere. “Gli immigrati ci fanno comodo perché fanno i lavori nei campi che nessuno vuole più fare”. “Sono utili perché pagano i contributi delle nostre pensioni”. Queste sono alcune delle convinzioni che in questi mesi ho raccolto parlando di temi legati alle migrazioni e il punto è proprio questo scarto. Perché ci si indigna per il fuoco, ma non per la fame che lo ha acceso. Il fuoco fa notizia, riempie i telegiornali, merita una dichiarazione. La fame no, perché la fame è quotidiana, e il quotidiano non scandalizza nessuno.
Secondo alcune stime, sarebbero dodicimila i lavoratori irregolari vittime di una tratta delle braccia che corre sotto gli occhi di tutti, sulla stessa strada dove sono morti i ragazzi lunedì 1 giugno.
E qui c'è la parte che brucia di più. Gli strumenti per fermare tutto questo esistono già. La legge nazionale contro il caporalato è del 2016. In Calabria sembra esserci una proposta di legge regionale ferma da un po' o comunque protocolli, misure sparse e interventi indiretti. Le sanzioni nei campi italiani si contano a centinaia all'anno, mentre i braccianti sfruttati si contano a centinaia di migliaia. Le leggi però restano lì, sulla carta, mentre nei campi si continua a subire.
Il caporalato non si sconfigge con un minuto di silenzio dopo i morti, né con le passerelle a telecamere accese. Si combatte ogni mattina, garantendo a chi raccoglie i nostri frutti un contratto vero, una paga vera, una casa che non sia un tugurio dove devono arrangiarsi anche in dieci. Si combatte vedendo queste persone quando sono vive, non commemorandole quando sono cenere.
Quattro giovani hanno chiesto di essere pagati per il loro lavoro. Per questo li hanno bruciati. La domanda da farsi non è chi ha acceso il fuoco. È perché, per anni, abbiamo lasciato che quelle fiamme restassero accese distogliendo lo sguardo finché non ci ha investiti il fumo.
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