Della strage dei braccianti di Amendolara, se non per ragioni meramente di cronaca giudiziaria e “gossip mediatico”, dopo i funerali, già, non se ne riparlerà più.
All’indignazione del momento, allo sconcerto dell’opinione pubblica per la inaudita efferatezza dei delitti, seguirà, come sempre è avvenuto nella terra calabra (e non solo), l’indifferenza ed il disinteresse generale. È uno schema ciclico tipico: indignazione, retorica ed oblio.
Nell’editoriale di ieri di “dirittodicronaca.it” si sostiene fondatamente che “Quel fuoco l’abbiamo acceso tutti”, purtuttavia questa tragedia (che riguarda tutte e tutti) non sarà, comunque, nonostante l’attenzione nazionale suscitata, in grado di cambiare realmente lo stato delle cose perché, oltre alla logica del profitto che prevale su qualsiasi cosa, la Calabria non ha né la forza, né la voglia, ma soprattutto l’interesse a reagire.
Dietro l’orrore del primo giugno, si nasconde un sistema consolidato ed oleato, fondato su uno sfruttamento strutturato (circa 11-12 mila lavoratori), di minacce, violenze ed infiltrazioni criminali che coinvolge intere filiere agricole.
Il caporalato non deve considerarsi soltanto lavoro nero nei campi, ma un sistema sempre più sofisticato che passa attraverso false cooperative, appalti simulati e società create per abbattere artificialmente il costo del lavoro.
In una recente relazione della Guardia di Finanza si descrive, infatti, il predetto fenomeno come un meccanismo basato su quella che viene chiamata “interposizione illecita di manodopera” e su società “serbatoio”, utilizzate per ridurre illegalmente il costo del lavoro attraverso il mancato pagamento di imposte e contributi.
Un processo che inevitabilmente altera la concorrenza tra imprese e produce dumping salariale, precarietà e sfruttamento.
Dunque, in sostanza tutto trae origine dal fatto che l’apparato economico tuttora continua a trovare convenienza nell’utilizzo di lavoro sottopagato e facilmente ricattabile.
Tutto qui!
In effetti, dalle copiose inchieste giudiziarie si evince che quasi sempre le vittime sono lavoratori stranieri (circa 80 %), impiegati attraverso società di appalto, che sono costretti a lavorare 12 ore, sette giorni su sette, senza ferie e malattia al costo di euro 2/3 all’ora, i cui pagamenti avvengono tramite bonifico bancario ai singoli prestatori che devono lasciare il proprio bancomat (e relativo codice PIN) allo sfruttatore, che andrà a prelevare una parte del denaro, recuperando così parte dello stipendio formalmente accreditato con il quale dovrà pagare l’affitto (il più delle volte agli stessi caporali) per un posto letto in tuguri abitati da 10/12 disperati
Non vi è chi non vede che tutto ciò si inserisce in un quadro più ampio ed articolato, atteso che le dinamiche speculative non riguardano esclusivamente le campagne ma si estendono all’edilizia, alla logistica e ad altri comparti produttivi.
Ecco perché questo “andazzo” conviene a tutti, compresi i consumatori, i quali, anche loro, di fatto, speculano sulla pelle dei nuovi schiavi moderni, acquistando, per esempio, a prezzi inferiori le fragole di Policoro e gli agrumi della Sibaritide.
Persino l’applicazione di sanzioni più severe e controlli più efficaci non hanno sortito (né sortiranno) alcun effetto di contrasto.
Il principio costituzionale fondamentale (art. 1) della Repubblica italiana democratica, fondata sul lavoro, in Calabria (e in tante altre parti del paese) si è trasformato invece nell’assioma che la Repubblica sia fondata sullo sfruttamento del lavoro.
Pertanto, meno retorica e meno fiaccolate, tanto qui non cambia niente.
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