C'è una storia che da diverso tempo gira sui social e da qualche tempo anche nella testa di chi scrive. Si tratta di una leggenda spacciata per cherokee (una tribù indigena del Nord America originaria del sud-est degli Stati Uniti), ma che secondo numerosi storici e ricercatori sarebbe una “parabola” divulgata dall'evangelista Billy Graham alla fine degli anni '70.
La storia narra di un nonno che spiega al nipote che dentro ogni uomo vivono due lupi, uno nero che rappresenta la rabbia, l'odio, la paura e il rancore, e uno bianco che rappresenta la luce, la pace, la fede e l'amore. Secondo questa leggenda, i due lupi sono in eterno feroce conflitto fra di loro. Il bambino allora domanda al nonno quale fosse il lupo a vincere il conflitto e il nonno risponde che a vincere sarà quello che si decide di nutrire. Suona antica, saggia, definitiva, ma a metterla in circolo è stato un predicatore. E la morale che porta con sé è più comoda di quanto sembri, perché lascia credere che il bene sia solo una questione di buona volontà. Per le persone, purtroppo, accade uno strano fenomeno, considerato che costruiscono una versione di sé, la chiamano carattere, e ci si trincerano dentro come in una fortezza.
“Io sono fatto così” è la frase con cui si giustifica tutto. Il rancore tenuto in caldo per anni, le offese rimuginate fino a diventare ossessione, la discussione di vent'anni fa raccontata sempre uguale, sempre con gli stessi torti subiti e mai un torto fatto. Sono persone che nutrono il lupo nero ogni giorno, con metodo, e poi danno la colpa al lupo. Non è il carattere. È una scelta ripetuta tante volte da sembrare destino.
Il problema non è avere dentro la parte buia, ce l'hanno tutti! Il problema è coltivarla, accudirla, difenderla come fosse un diritto. Chi resta aggrappato a un rancore non lo fa perché non può farne a meno. Lo fa perché quel rancore gli dà un'identità, una ragione, qualcuno da incolpare per la propria vita andata storta. È più facile odiare che ravvedersi. E succede soprattutto a chi ha sbagliato per primo. Fa il torto e poi pretende ragione, si mette la maschera dell'offeso e la indossa così bene da convincersene. L'offesa diventa uno scudo, e dietro quello scudo si può ferire restando convinti di difendersi. È il rovesciamento più pericoloso, perché chi lo compie dorme tranquillo. Si sente vittima mentre fa la vittima agli altri.
E qui finisce la favoletta, perché chi nutre quel lupo non si logora soltanto dentro. Il rancore covato a lungo non resta mai una faccenda privata. Prima o poi esce e, quando esce, ha già un nome e un indirizzo. Lo sappiamo da troppe storie che leggiamo e dimentichiamo: l'uomo che “era sempre stato tranquillo”, il vicino che “non dava nell'occhio”, il familiare che “non avrebbe mai pensato”. La verità è che lo pensava da anni. Aveva solo continuato a dare da mangiare alla bestia, fingendo di non sentirla crescere.
La versione zuccherosa della storia dice “nutri il lupo bianco e vivrai felice”. Ma c'è una variante meno consolante che pochi raccontano, se affami del tutto il lupo nero, quello diventa rabbioso e ti aspetta dietro l'angolo. Tradotto, il male dentro di noi non si vince fingendo che non esista. Si vince guardandolo in faccia, riconoscendolo, e scegliendo ogni giorno di non dargli da mangiare. Ogni giorno. Non una volta, in un momento di buoni propositi.
E allora la domanda vera non è quale lupo vince, ma è un'altra, molto più scomoda. Quante volte oggi hai dato da mangiare a quello nero senza accorgertene, o fingendo di non accorgertene. Perché nessuno diventa cattivo per caso. Ci si arriva un pasto alla volta, e ogni pasto porta la nostra firma. Il lupo non sceglie cosa diventare. Lo decidi tu, e lo stai decidendo adesso.
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