Provenza, anno di grazia 1347. Elea Blanchet vive ad Avignone, città papale, assieme al padre ‒ influente contabile pontificio ‒ e all’amatissima gemella Margot che è in procinto di convolare a nozze con Erec Dupont, figlio del più facoltoso mercante di lana del luogo.
L’armonia familiare permette alla giovane protagonista di coltivare la passione per le erbe e la preparazione di medicamenti secondo un ricettario ereditato dalla madre Bietriz, morta di parto e di pregiudizio qualche anno addietro. I tempi bui e la superstizione avevano infatti gettato sull’esperta levatrice ed erborista la maldicenza e il sospetto di pratiche stregonesche, condannandola all’isolamento e privandola persino dell’unzione degli infermi durante i suoi ultimi dolorosi istanti terreni.
Elea raccoglie il testimone dalla sventurata genitrice e, benché consapevole della sinistra fama che ciò può comportare, ne continua l’opera traendo dalle piante le virtù curative con le quali allevia le sofferenze di coloro che ne richiedono l’intervento.
Il caso ‒ che sempre si trastulla con le cose umane ‒ accorda alla ragazza l’inaspettato incontro con Guigo, omone dall’aspetto brigantesco ma dall’acume raffinato, che cela dietro quel buffo nomignolo un’identità importante. Egli è il famoso e rispettato Guy de Chauliac, archiatra personale di papa Clemente VI e luminare di una scienza medica che, ancora ai primi vagiti, cerca di costruirsi un futuro abbracciando contemporaneamente le osservazioni di Ippocrate e Galeno, le citazioni della Bibbia e le astruse combinazioni di un’astrologia che pare influenzare i comportamenti d’uomini e bestie, propiziando guarigioni o fomentando malattie.
Elea e Guigo diventano ben presto il fatale punto d’incontro tra il vecchio e il nuovo mondo, l’improcrastinabile fusione tra la sapienza popolare e quella accademica e tutto ciò sarà essenziale nel momento in cui i due dovranno affrontare la terribile peste.
Il temutissimo e pressoché sconosciuto morbo giunge a Marsiglia tramite un gruppo di marinai genovesi provenienti dall’Oriente e si diffonde ad Avignone seminando la strage e generando reazioni contrastanti che vedono contrapporsi da un lato il clero oscurantista che identifica l’epidemia con il giusto castigo divino scatenato per debellare peccati e immoralità, dall’altro un Pontefice mondano ma illuminato al punto da sospendere provvisoriamente il divieto di eseguire autopsie sugli uomini per consentire all’archiatra e alla intraprendente erborista ‒ ormai promossa sua assistente ‒ di studiare da vicino i corpi straziati dai bubboni, tormentati dalla febbre e squassati da accessi di tosse, al fine di trovare un rimedio ai patimenti di un popolo allo stremo.
È noto che i tempi fanno gli uomini ‒ e viceversa ‒ ed è altresì tendenza comune la ricerca spasmodica e irrazionale di un colpevole cui attribuire la causa di un qualcosa che non si sa spiegare e, inevitabilmente, genera paura. Come da tradizione, il dito vien puntato sugli ebrei, more solito accusati di deicidio e delle peggiori nefandezze ‒ strani riti, tresche demoniache, avvelenamenti di pozzi d’acqua e malìe varie ‒ che avrebbero innescato la tremenda pandemia contro la cristianità.
Altrettanto consueta è la schiera degli accusatori, che nel romanzo di Elizabeth Delozier vestono i panni di fanatici flagellanti ‒ strana e pericolosa mescolanza di bigottismo e ipocrisia ‒ capeggiati dal famelico e violento padre Loup. I loro strali si abbattono prevedibilmente anche su Elea che, malvista per l’attività di erborista e per l’amicizia che la lega al medico ebreo David, lascerà tra le fiamme di un rogo acceso in pubblica piazza una parte essenziale di sé, pur salvando a fatica i resti di un’esistenza travagliata.
La ragazza delle erbe è una girandola di avvenimenti in cui le identità si distinguono nella vita e si confondono nella morte: ognuno corre dietro a fantasmi antichi ‒ siano essi rimpianti, rimorsi, ricordi o semplici schegge di follia ‒ nella speranza di sfuggire alla peste e sottrarsi alla ferocia belluina di chi predica Cristo e ne oblia il Vangelo, mutando il saio in armatura e trasformando la croce in spada.
Elea non sarà esente da lutti e angosce, ma riuscirà a ritagliarsi un frammento di mondo abitabile dai sentimenti che la condurrà ad un finale inaspettato, ma sicuramente gradito al lettore: in altri termini, sarà a pieno titolo la nemesi sorta a redimere i giorni oscuri del passato in cui ogni richiesta d’aiuto cadeva nel nulla e il bene compiuto si disperdeva alla maniera di tessere di mosaico agitate tra le mani da un artista impazzito.
Delozier scrive un romanzo sul riscatto, sulla capacità di individuare la flebile fiammella all’orizzonte nel mezzo delle tenebre notturne ma, soprattutto, sul valore che la scienza ‒ per quanto ancor malferma, visti i tempi in cui si svolgono le vicende narrate ‒ può acquisire grazie allo studio e alla sperimentazione ‒ doti attraverso cui la protagonista e il suo mentore Guigo saranno in grado di far ristabilire molti appestati.
Il saggio archiatra descrive la propria vocazione in questi termini: «Il compito di un dottore non è guarire i malati ma frapporsi tra loro e la morte, armato soltanto di libri e un po’ di sapere». Immagine preziosa, applicabile alla perfezione anche all’uomo di cultura, che pur non curando corpi, si prodiga a sanar le anime con bei discorsi, interponendosi tra la banalità del quotidiano e l’ignoranza, che è morte spirituale. Si tesse dunque un elogio alla sapienza, ancestrale dea laica a cui non dovrebbero mancar preghiere in quest’epoca terrorizzata dalle riflessioni profonde e dai pensieri alti. Tanto basta a rendere preziosa l’opera d’esordio di Elizabeth Delozier e a farcene desiderare un seguito.

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