A Ferramonti, nel Giorno della Memoria, si capisce una cosa che altrove sfugge: qui non si viene per “commuoversi” e tornare a casa più leggeri. Si viene per diventare più responsabili.
Perché la Shoah non è soltanto un capitolo di storia, è il punto in cui l’Europa ha mostrato fin dove può spingersi quando smette di vedere persone e comincia a vedere categorie.
È proprio per questo che oggi il confronto con ciò che accade in Medio Oriente brucia, divide, fa paura. E spesso viene usato come clava: c’è chi brandisce la Memoria per giustificare ogni cosa; e chi, al contrario, usa la tragedia di Gaza per trasformare la Memoria in un’arma contro “gli ebrei”, come se gli ebrei fossero un blocco unico, un destino collettivo, una colpa ereditaria. È qui che bisogna fermarsi, respirare, e dire una verità semplice: gli ebrei del 1940 non sono “Israele” del 2026, e i palestinesi di Gaza non sono “Hamas”. Se confondiamo popoli, governi, eserciti e terroristi in un’unica massa indistinta, stiamo già entrando nella logica che la Memoria dovrebbe disinnescare.
Il Giorno della Memoria nasce per ricordare uno sterminio progettato, industriale, costruito per annientare un popolo in quanto tale. Questa specificità va difesa con rigore, perché negarla o diluirla significa riaprire la porta al negazionismo. Ma difendere la specificità della Shoah non implica chiudere gli occhi davanti al dolore di oggi. A Gaza, dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 con circa 1.200 morti in Israele e oltre 250 ostaggi, la guerra ha prodotto una devastazione e un numero di vittime palestinesi che ormai le fonti sanitarie locali e organismi internazionali collocano nell’ordine di oltre 70.000 morti, con una crisi umanitaria che ha segnato generazioni. E davanti a questi numeri non serve scegliere quale dolore “vale di più”. Serve impedire che il dolore diventi carburante per altra disumanizzazione.
Qui sta il nodo, delicatissimo: chiamare le cose con prudenza e verità. Nel dibattito internazionale esistono accuse gravissime, comprese quelle di genocidio, ed esiste un contenzioso aperto alla Corte Internazionale di Giustizia, che ha imposto misure provvisorie e ha chiesto di prevenire atti vietati dalla Convenzione, senza però aver ancora deciso nel merito. Questo significa che l’orrore di Gaza non ha bisogno di slogan per essere riconosciuto, e che la parola più pesante del vocabolario non può diventare un insulto da social né un lasciapassare morale. Se la Memoria insegna qualcosa, è che le parole possono preparare i forni quando diventano abitudine, quando perdono senso, quando vengono usate per far tacere l’altro.
Il punto, allora, non è costruire equivalenze facili, né recitare assoluzioni automatiche. Il punto è tornare al principio che in questo luogo dovrebbe essere non negoziabile: la vita viene prima delle bandiere. Sempre. Prima della geopolitica. Prima delle convenienze. Prima della vendetta. La Shoah ci insegna che quando la vita smette di essere sacra, tutto diventa possibile: la deportazione “amministrativa”, l’internamento “necessario”, la privazione “temporanea”, la punizione “esemplare”. A Ferramonti, anche senza Auschwitz, la libertà era negata e la dignità compressa dentro recinzioni. E proprio per questo la Memoria non è un rito, è un allarme.
Oggi l’allarme suona così: se siamo capaci di piangere i morti di ieri e di relativizzare quelli di oggi, stiamo tradendo la Memoria. Se usiamo la Shoah per disumanizzare altri, stiamo tradendo la Memoria. Se trasformiamo Gaza in un pretesto per odiare “gli ebrei”, stiamo tradendo la Memoria. Se diciamo “è complicato” per non vedere bambini sotto le macerie, stiamo tradendo la Memoria. La differenza tra civiltà e barbarie non è l’opinione che si ha su un conflitto: è la capacità di non perdere mai, nemmeno per un istante, il volto umano dell’altro.
Ecco perché Ferramonti oggi serve più che mai. Perché ci costringe a una disciplina morale: distinguere senza odiare, capire senza giustificare l’ingiustificabile, pretendere sicurezza senza accettare l’annientamento, difendere un popolo senza negare l’altro. La Memoria non chiede di scegliere una parte: chiede di scegliere la vita. E se questo suona “poco politico”, allora forse è la politica ad avere bisogno di più umanità, non il contrario.
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