Ieri sera a Spezzano Albanese ho presentato un libro che raccoglie quindici storie. Quindici famiglie, da Napoli a Catania, dal Veneto alla Calabria, che tra il 2020 e il 2022 hanno perso un padre, una madre, un marito, un figlio... Persone diverse accomunate tutte dalla stessa tragedia, quella di veder uscire dalla porta un parente senza più farne ritorno.
Chi legge quelle pagine una dietro l'altra si accorge presto che raccontano quasi la stessa cosa. Cambiano i nomi, gli ospedali, le città. Non cambia il filo conduttore di una porta chiusa davanti alla richiesta di aiuto.
Di questo, oggi, non parla più nessuno. Il Covid è ormai archiviato e diventato una parentesi che il Paese ha deciso di richiudere in fretta, come si fa con le cose che fanno male e di cui ci si vergogna un po'. Eppure c'è chi in quella parentesi è rimasto dentro. Non ne è mai uscito. E continua a bussare a una porta che quattro anni fa gli è stata sbattuta in faccia.
Chiariamo subito una cosa però. La stragrande maggioranza dei medici e degli infermieri, in quei mesi, ha lavorato allo stremo. Molti si sono ammalati, alcuni sono morti, cercando di tenere in piedi un sistema che stava crollando. Questo non si discute e non si dimentica. Ma proprio perché non lo si dimentica, non si può fingere che non ci sia anche l'altra faccia della medaglia. Il “lato oscuro della luna” che invece questi familiari raccontano è quella storia mai completamente narrata che è fatta di sedazioni non autorizzate, morfina somministrata senza controllo, telefoni spariti... Una verità che chi resta, oggi vuole emerga forte e chiara, poiché costruita giorno per giorno sul ricordo di una telefonata, di un messaggio, di un ultimo audio. È il modo in cui hanno dato un senso a una perdita che senso non ne aveva. E se anche la magistratura dovrà fare il suo lavoro, sicuramente c'è una cosa che non ha bisogno di essere verificata, perché la racconta ogni singola storia allo stesso modo. La solitudine in cui quelle persone sono morte.
Un padre che chiama la figlia e le dice che ha sete e nessuno gli porta l'acqua. Una donna, medico, che chiede di essere tenuta in considerazione ma che non viene ascoltata. Richieste di aiuto ai familiari per essere salvati da quell'incubo che, evidentemente, stavano vivendo all'oscuro di un sapere comune, distratto dall'orrore della pandemia. Sono questi i dettagli che restano, quelli che nessun protocollo prevede e nessuna cartella clinica registra. Persone lucide, spaventate, sole, che parlavano con i loro cari attraverso lo schermo di un cellulare fino a quando il cellulare non si spegneva.
E nonostante le normative per garantire vicinanza alle persone in fin di vita, nella realtà, per queste famiglie, la porta è rimasta chiusa. Tra la norma scritta e la porta di un reparto è passata una distanza che nessuno ha mai colmato, e in quella distanza sono morte delle persone senza una mano da tenere.
È questo lo scarto che continua a fare male. Non l'idea di un complotto, che non spiega nulla e consola ancora meno. Ma la banalità con cui un diritto riconosciuto è diventato, caso per caso, reparto per reparto, una concessione negata.
Magari non si è trattato di cattiveria, sicuramente di indifferenza. Però il danno fatto è lo stesso.
C'è un particolare, in queste storie, che colpisce più di ogni accusa. Nessuno di questi familiari, scrivendo, chiede vendetta. Chiedono l'abbraccio che non hanno potuto dare. A distanza di quattro anni, con una tenerezza che non si è consumata, continuano a parlare ai loro cari come se fossero ancora dietro quella porta. Li chiamano ancora babbo, papà, Pippo mio, mammuzza. Aspettano ancora. È la parte più umana e più insopportabile di tutto il libro. Non l'odio. L'amore rimasto senza destinatario.
Lo Stato, di fronte a tutto questo, tace. Non risponde alle denunce, o le lascia scivolare via. Considera la questione chiusa perché per la maggioranza del Paese lo è davvero. Ma un lutto non si chiude per decreto, perché tanti ancora non hanno elaborato il lutto a causa di quel mancato saluto. E oggi, queste famiglie, non chiedono che qualcuno restituisca loro i morti, ma chiedono soltanto che qualcuno, una volta, ammetta che quella porta poteva essere aperta. Che il diritto c'era, e non è stato rispettato. Finché nessuno lo dirà, loro continueranno a bussare. E noi continueremo a far finta di non sentire.
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