Il petrolio crolla sotto gli 80 dollari a barile ma noi continuiamo a spendere tanto

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La cerimonia ufficiale in Svizzera, quella con le bandiere e le strette di mano, per ora è saltata. E non è nemmeno un accordo vero, è un memorandum d'intesa, un pre-accordo che apre sessanta giorni di trattative e che, parole di Trump, “se non si chiude bene riporta i bombardieri in volo”.
Eppure, fragile com'è, è bastato. Il petrolio, che durante la guerra aveva sfiorato i 110 dollari al barile, è già crollato sotto gli 80. I mercati hanno tirato il fiato, le borse hanno festeggiato. Alla pompa di benzina, invece, non è successo niente.
Perché alla pompa la benzina il prezzo viaggia ancora intorno a 1,92 euro al litro (mediamente in Italia), il diesel ha superato 1,98, e in autostrada i due euro si sfondano senza fatica. A inizio anno, prima che qualcuno a migliaia di chilometri da qui decidesse di fare la guerra, un litro costava attorno a 1,60€. La guerra è finita con un clic. Il conto da pagare, evidentemente, no.
Ne avevamo già scritto a marzo, quando il conflitto era appena cominciato e il prezzo era già schizzato alle stelle. Lo chiamano "effetto razzo e piuma". Quando il petrolio sale, il carburante alla pompa sale subito, nello stesso giorno, con una puntualità che nessun altro servizio in Italia conosce. Quando il petrolio scende, invece, il prezzo cala lento, a fatica, un centesimo alla volta, e ci vogliono settimane perché si veda qualcosa. Sale come un razzo, scende come una piuma. Lo sa chiunque metta benzina, anche senza aver mai aperto un libro di economia.
Adesso ce lo spiegano pure, senza troppo imbarazzo: ci vorranno mesi prima di rivedere i prezzi di gennaio, e i consumatori saranno gli ultimi ad accorgersi del calo. È detto così, come fosse una legge di natura. Ma non lo è. È una scelta di chi, lungo quella filiera, ha tutto l'interesse a incassare in fretta quando i prezzi salgono e a restituire con comodo quando scendono.
E qui c'è la parte che brucia, perché riguarda anche chi dovrebbe difenderci e invece ci guadagna. Durante la crisi il governo ha tagliato le accise per contenere i rincari, e l'ha presentato come un gesto a tutela delle famiglie. Peccato che quel taglio sia stato pagato con l'extragettito IVA, cioè con i soldi in più che lo Stato ha incassato proprio grazie all'aumento dei prezzi. Quasi 150 milioni solo dall'IVA di un mese. Tradotto, i rincari hanno riempito le casse pubbliche, e con una parte di quei soldi lo Stato ci ha restituito qualche centesimo, intestandosi pure il merito di averci aiutato. Più i prezzi salgono, più lo Stato incassa. Poi ti ridà un pezzetto e lo chiama protezione.
C'è di più, perché il pezzetto intanto si assottiglia. Lo sconto sul diesel, che a marzo valeva venti centesimi al litro, è stato dimezzato a maggio e ridotto ancora a giugno, fino a cinque centesimi. La crisi non era finita, eppure la mano dello Stato si era già richiusa. Quando si trattava di togliere l'aiuto, nessun ritardo, nessuna ragione tecnica. Lì il meccanismo ha funzionato benissimo.
Ed è questo che resta, oltre la geopolitica e oltre lo stretto di Hormuz. Le guerre le decidono i governi, le tensioni le alimentano gli Stati, i picchi li gonfiano i mercati. Tutta gente che siede ai tavoli dove si scrive la storia, o si firma un memorandum a cena. Ma il barile carico, alla fine, lo paga sempre la stessa persona, ossia chi la mattina gira la chiave nel quadro per andare a lavorare. In Calabria, dove l'auto non è un lusso ma l'unico modo per spostarsi tra paesi senza treni e senza corriere, quel barile pesa il doppio.
La firma tra Washington e Teheran è arrivata. Ma da quel tavolo, o da quella cena, nessuno ti restituirà i soldi lasciati alla pompa in questi mesi. Perché il meccanismo che ti spreme non si è acceso con la guerra, e non si spegnerà con la pace. Ammesso che, stavolta, di pace si tratti.

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