Le sezioni di partito sono ormai un antico ricordo per chi oggi intende fare politica. I locali usati un tempo come circoli attualmente servono per festeggiare qualche compleanno, mentre nelle piazze si “scende” quando c'è la festa con il cantante.
Tutto a discapito del confronto pubblico, quello dove uno ti contesta le cose in faccia e tu devi rispondere lì, sul momento, senza tempo per pensarci. Questa è roba che i più giovani non hanno mai visto. Ed è su queste note che la politica si è spostata. Prima nelle stanze, poi nei gruppi WhatsApp, alla fine sulle bacheche dei social, dove nessuno ti può interrompere. E da un po' di tempo, la politica è arrivata pure sulle chat dell'intelligenza artificiale. Diciamolo pure, era prevedibile ed è successo.
Ci sono arrivati in tanti e non tutti con lo stesso mestiere. Chi ha capito davvero come si usa questo nuovo strumento se lo tiene per sé, ovviamente, gli altri restano incastrati in un modo di scrivere che li smaschera da solo, con quel linguaggio liscio, pettinato, che a leggerlo con attenzione si autodenuncia senza possibilità di difesa.
Lo capisci dalla terza riga del post del consigliere comunale, perché ha una struttura troppo ordinata, i paragrafi tutti della stessa lunghezza, le frasi che si chiudono ogni volta con una sentenzina a effetto. Magari lo stesso consigliere è uno che in aula non mette insieme due parole in croce, però sui social si trasforma e ti sforna analisi da editorialista di lungo corso. E sotto il post, la cosa più simpatica, cinquanta commenti di applausi.
Chiaramente per smascherare il "colpevole" non serve un esperto, ma basta l'abitudine a leggere, che poi è la prima cosa che abbiamo perso.
Allora spieghiamola questa faccenda e partiamo col dire che un modello linguistico, per quanto "bravo" possa essere, non pensa. Ha divorato quantità enormi di testo scritto da esseri umani e da lì ha imparato una cosa sola, quale parola ha più probabilità di venire dopo quella di prima. Poi rifà il calcolo per quella successiva e avanti così fino al punto finale. Non ha vissuto niente e non ha un'idea da difendere. La cosa più incredibile, però, è che non sa se quello che sta scrivendo è vero, perché non è quello il suo mestiere. Il suo obiettivo non è la verità, è la somiglianza con la verità. Indovinare come suona una frase che convince.
La cosa, chiaramente, non provoca danni finché serve a scrivere gli auguri di Natale. Qui il sedicente autore si prende i complimenti e non ci rimette nessuno.
Il guaio vero comincia quando lo stesso strumento diventa la penna del politicante della domenica, che scrive comunicati perfetti, repliche che smontano l'avversario con una lucidità che quell'individuo, di suo, forse non ha mai avuto. E se guardiamo ai nostri piccoli paesi ci accorgiamo che basta molto meno per tenere una comunità sotto scacco. Perché in un centro dove ci si conosce tutti non c'è un contraddittorio, non c'è nessuno che il giorno dopo ti chieda conto di quello che hai scritto. C'è una bacheca e c'è la gente che la legge. Chi pubblica a raffica, con quel tono sicuro e ordinato, si prende il campo e non lo molla più. Gli altri, quelli che ci mettono tre giorni a mettere insieme mezza pagina perché la scrivono davvero, arrivano sempre in ritardo e sembrano pure meno preparati. Chi legge resta rapito e alla fine anche ammaliato da questa sequenza di parole messe di fila, in base a un calcolo probabilistico, per dare un senso a quello che, invece, senso non ha!
Nel giugno 2015, a Torino, Umberto Eco disse che i social avevano dato "diritto di parola a legioni di imbecilli". Quelli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e venivano zittiti sul posto, spiegava, adesso hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.
Quelle voci, oggi, continuano a esserci ma hanno cambiato timbro. L'uomo del bar, adesso, scrive meglio di te.
E qui si complicano le cose, perché una democrazia sta in piedi su una convinzione abbastanza ingenua, cioè che l'elettore riesca a distinguere ciò che è vero da ciò che è artificiale. Ma, ripensando al film di Antonio Albanese, “Cetto c'è senzadubbiamente”, non può tornare alla mente il discorso fatto dal protagonista sugli italiani. «...Perché gli italiani -dice- si bevono qualsiasi minchiata, da sempre. Basta promettere l'impossibile e venderlo come garantito, per esempiamente... Tu gli dici meno tasse, loro applaudono e tu gliele alzi. Basta corruzione, li corrompi con una mancetta e loro ti votano. Ci dici "chiù pilu pe' tutti", tu futti e loro s'aminanu e ti votano. Vedete, io amo gli italiani. Sono un gregge che segue il cane. E io... abbaio benissimo».
Sapere che dietro un discorso ci sia una testa, una storia, una competenza, magari anche una bugia, è fondamentale affinché si capisca che la cosa appartiene a qualcuno. Invece, la tendenza è quella del menefreghismo. Prometti l'impossibile e il popolo abbocca, senza interrogativi.
La colpa, però, non sta tutta da una parte. Chi applaude sotto quei post non è vittima di chissà quale tecnologia sofisticata. Ha semplicemente smesso di leggere. Non gli passa per la testa di porsi delle domande. Gli bastano le parole belle.
Del resto, è lo stesso motivo per cui in piazza non si discute più, i consigli comunali sono diventati una formalità e fuori dallo schermo non si è più nessuno.
Per anni ci siamo detti che il problema era l'ignoranza che parlava troppo, ma non era quello. L'ignoranza adesso parla bene e noi non la riconosciamo più.
Alla fine a impressionarci è solo un testo. Non la persona, non la sua storia, non la sua competenza. Un testo. E in un paese di poche migliaia di abitanti quel testo basta a decidere chi ha ragione, anche se, sempre più spesso, quel testo non l'ha scritto nessuno.
@Riproduzione riservata