San Valentino torna puntuale ogni anno, come una cartolina che conosciamo a memoria. Cambiano i prezzi, aumentano gli zeri, si moltiplicano i post con cuori e promesse eterne. Nel 2026 cade di sabato e coincide con il Carnevale.
Amore e maschere, fedeltà proclamata e identità provvisorie. Una combinazione che, forse senza volerlo, dice molto più di quanto sembri.
Proviamo a spogliarci del tono moralistico e anche di quello romantico. Non siamo qui per dire come si ama, né per distribuire patenti di autenticità. Proviamo invece a guardare i fatti, i numeri e ciò che raccontano quando smettono di essere solo statistiche.
Nel 2024 gli italiani hanno speso circa 290 milioni di euro per una cena di San Valentino. Nel 2025 si è saliti a 330 milioni, con oltre sei milioni di persone sedute a un tavolo “per celebrare l’amore”. Se allarghiamo lo sguardo a regali, viaggi, gioielli, fiori e cioccolatini, il conto supera i 900 milioni di euro. L’inflazione ha fatto il resto: gioielli più cari del 17,3 per cento, pacchetti vacanza più 13,5, cioccolatini più 9,2. L’amore costa, e costa sempre di più.
Ma cosa compriamo davvero quella sera? Un sentimento o una rappresentazione del sentimento? Perché la domanda non è se San Valentino sia diventato una festa commerciale. Questo è evidente. La domanda è un’altra, più scomoda: che fine hanno fatto tutti quei San Valentino del passato, celebrati con la stessa enfasi, le stesse promesse, le stesse foto sorridenti?
Basta guardarsi intorno. Coppie che si giuravano “per sempre” oggi non si parlano più. Amori dichiarati “veri” che si sono dissolti lasciando dietro solo silenzi ostili, avvocati e rancori. Non è un giudizio, è un dato sociale. Se l’amore era autentico allora, cosa è successo dopo? È finito l’amore o è finita la narrazione?
Forse San Valentino non misura la durata dei sentimenti, ma la loro intensità momentanea. È una fotografia scattata nel punto più luminoso, non la prova di una tenuta nel tempo. In questo senso, la festa funziona perfettamente dentro una società che consuma tutto, anche le relazioni. Finché danno emozione, visibilità, riconoscimento. Poi si passa oltre.
La coincidenza con il Carnevale nel 2026 aggiunge un livello simbolico inquietante. Maschere, travestimenti, ruoli scelti per una sera. Anche l’amore, quel giorno, rischia di essere una maschera ben indossata. Si celebra, si esibisce, si posta. Il lunedì dopo, tolti i coriandoli, resta la vita vera, quella che non ha hashtag.
Allora amore sì o amore no? Forse la risposta è che San Valentino non parla dell’amore che resiste, ma dell’amore che vuole essere visto. Non racconta le relazioni che durano, ma quelle che hanno bisogno di una data per sentirsi legittimate. Non è una condanna, è una constatazione.
L’amore, quello che attraversa gli anni, non ha bisogno di una sera speciale né di uno scontrino. Vive lontano dalle vetrine, dai menu a prezzo fisso, dai cuori luminosi. Ed è proprio per questo che, paradossalmente, fa meno notizia.
San Valentino resta. Continuerà a muovere milioni, a riempire ristoranti, a produrre promesse. Ma forse dovremmo smettere di chiedergli di certificare l’amore. Non è nato per questo. È solo uno specchio. E quello che riflette, se lo guardiamo senza illusioni, dice molto più di quanto vorremmo ammettere.
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