Ci sono notti che non si dimenticano. Non per ciò che accade, ma per ciò che non accade quando dovrebbe.
Qualche notte fa, a Spezzano Albanese, è stata una di quelle notti che impongono una riflessione dura, senza sconti, perché riguarda il diritto più elementare che una comunità dovrebbe poter dare per garantito, quello di essere assistiti quando si sta male.
Intorno alle 21.30 parte la prima chiamata alla guardia medica. I dolori addominali sono violenti, al limite dello svenimento. Non è una richiesta di consulenza telefonica, ma una domanda di aiuto. La risposta arriva rapida ma fredda: “Sarà un virus intestinale, il paese è pieno di casi simili”. Nessuna visita, nessun controllo. Solo un consiglio farmacologico e una conversazione chiusa con disarmante facilità.
La notte, però, racconta altro. Vomito, dolore costante, una condizione che peggiora ora dopo ora. Alle sei del mattino parte la seconda telefonata. Si descrive una nottata devastante, si chiede almeno un intervento con un antispastico per alleviare i crampi. La risposta è ancora più sconcertante: “il farmaco richiesto non c'è” e, comunque, “il dolore deve passare”. Anche stavolta nessuna visita.
Poche ore dopo emerge una verità incredibile: quel farmaco in guardia medica c’era.
A quel punto il problema non è più individuale. Diventa pubblico. Perché qui non si discute dell’errore umano, sempre possibile, ma di un atteggiamento che trasforma un presidio sanitario in un filtro telefonico. La medicina non può ridursi a una diagnosi a distanza quando il quadro clinico è incerto e il dolore evidente. Il dubbio dovrebbe imporre prudenza. Qui, invece, ha prodotto distanza.
Ma ciò che rende la vicenda ancora più grave è lo stato in cui versa lo stesso ambulatorio della guardia medica. Basta entrarci per capire che qualcosa non funziona: un’anta di un armadio staccata e lasciata così, come se la manutenzione fosse un dettaglio trascurabile; siringhe e farmaci che spesso mancano; strumenti basilari per il primo intervento assenti o non disponibili. È il segnale di una struttura che sembra sopravvivere più che operare.
A Fedula, raccontano in molti, la situazione è peggiore. Manca quasi tutto. E quando in sanità manca l’essenziale, non è mai un fatto tecnico: è un fallimento organizzativo, culturale, civile.
Ci preme ricordare che la guardia medica nasce per garantire continuità assistenziale quando tutto il resto è chiuso. Negare una visita significa svuotare di senso quel servizio. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa sarebbe accaduto se dietro quei sintomi si fosse nascosta una patologia più seria? E se quei sintomi li avesse avuti una persona anziana e sola? Quanto deve peggiorare una persona prima di essere ritenuta “meritevole” di attenzione?
Qui non si vuole processare un singolo medico né lanciare accuse indiscriminate. Molti professionisti lavorano con dedizione e sacrificio, spesso in condizioni difficili. Ma proprio per rispetto verso chi onora la professione, non si può tacere quando qualcosa deraglia. Il silenzio non protegge la sanità: la indebolisce.
Il punto vero è la fiducia. Quando un cittadino chiama nel cuore della notte, non cerca un parere dato con indifferenza. Cerca presenza, competenza, responsabilità. Cerca qualcuno che venga, che guardi, che decida. Perché la prima cura non è il farmaco, è l’attenzione. Inutile dire che si affollano i Pronto Soccorso inutilmente se a monte il problema non viene gestito con coerenza e coscienza.
Una comunità che smette di fidarsi del proprio presidio sanitario diventa più fragile.
Servono verifiche serie, non rassicurazioni di circostanza. I distretti sanitari di competenza hanno l'obbligo di capire se i protocolli siano stati rispettati, se le dotazioni siano adeguate, se sia accettabile lavorare in ambulatori che mostrano segni evidenti di incuria. La sanità territoriale non può vivere di approssimazione.
Spezzano Albanese, come ogni comunità, merita un servizio che funzioni davvero e che risponda seriamente quando una persona chiama per bisogno.
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