“Ferramonti di Tarsia” da luogo di segregazione, di privazione della libertà e sofferenza a luogo simbolo di “rinascita” calabrese.

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In effetti, il “Museo Internazionale della Memoria Ferramonti di Tarsia”, fondato nell’anno 2004, ubicato all’interno dell’ex “Campo di Internamento di Ferramonti” -il più grande campo di concentramento italiano costruito dal governo fascista a seguito delle leggi razziali- costituisce ormai una tappa obbligata tra i luoghi da visitare in Calabria.
Il visitatore ha la possibilità di esplorare l’ingente collezione del predetto museo, costituita da documenti, foto degli internati, video dell’epoca, documenti ufficiali, schede della polizia, lettere dei familiari, oggetti personali e quant’altro che racconta la storia del campo, attraverso un percorso che si snoda negli antichi padiglioni ristrutturati. 
Nel cuore della Calabria, la memoria storica delle persecuzioni razziali, avvenute durante la Seconda Guerra Mondiale, viene custodita attraverso il lavoro indefesso della fondazione museale (supportata in tutto e per tutto dall’Amministrazione comunale di Tarsia). Negli ultimi anni, tale istituzione ha avuto la lungimiranza di trascendere quella funzione meramente conservativa del patrimonio del passato, trasformandosi in un vero e proprio centro culturale di respiro internazionale. 
Sotto la regia e l’impegno programmatico della Direttrice del Museo, prof.ssa Teresina Ciliberti, coadiuvata dal competente Comitato tecnico scientifico, oltre che luogo della memoria, esso ha assunto il ruolo di sito di ricerca storica, di elaborazione intellettuale, di promozione culturale e della costituzione del “Parco letterario Ernst Bernhard” (intestato allo psichiatra berlinese, allievo di Jung), intrecciando, efficacemente, una fitta rete di rapporti, relazioni, scambi e collaborazioni con le comunità ebraiche, il mondo istituzionale (Presidenza della Repubblica, il Parlamento, la Regione Calabria, la Provincia di Cosenza e numerosi comuni calabresi e non), scolastico, universitario-accademico (contribuendo anche alla redazione di molteplici tesi di laurea sull’argomento) ed associativo che ha reso “Ferramonti” un punto di eccellenza di produzione scientifica che, a titolo esemplificativo, è d’obbligo segnalare la collana “Tiqqun ‘Olan” (Edizioni Expressiva) su personaggi del calibro di Ernst Bernhard, Michel Fingesten, Callisto Lopinot e Markus Babad. 
Contrariamente ai desolati musei dei piccoli centri urbani (il più delle volte chiusi) quello di Ferramonti si presenta, in modo sorprendente, di grande vitalità, frequentato da decine di visitatori giornalieri (paganti), circa 10.000/12.000 all’anno (dati anno 2025), accompagnati dalle preparate guide del campo, oltre che da migliaia di studenti (e scolaresche) provenienti da tutta la regione (ed anche oltre essa) che nell’ultimo decennio hanno partecipato attivamente a centinaia di iniziative (lezioni, convegni, seminari, mostre e persino concerti), organizzate dalla direzione del Museo d’intesa con l’amministrazione comunale di Tarsia. 
La singolarità del Museo, del tutto inedita nel suo genere, risiede nel fatto di aver avuto, non soltanto, la capacità di aprirsi verso l’esterno, senza rimanere chiusa nei consueti ambienti elitari, accogliendo, a mezzo un processo osmotico, il mondo dentro Ferramonti, nonché, altresì, quello inverso, altrettanto significativo, dell’intuizione necessaria, concretamente realizzata tra l’altro, di “esportare Ferramonti”, nel senso di diffondere all’esterno, attraverso un’ attività itinerante dello stesso centro culturale, “la memoria di Ferramonti” come valore assoluto dell’umanità. 
Ecco perché tutte le comunità del comprensorio (e non solo) avrebbero il dovere politico di sostenere tal faro culturale, morale e civile, il quale offre finalmente una narrazione diversa ed alternativa della nostra terra. 
Puntare su “Ferramonti” vuol dire credere nel futuro del territorio.

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