Navanteri

Bellano, sponda orientale del Lago di Como. In una giornata «umida, uggiosa» che «gocciolava sonno e voglia di fare niente» di metà ottobre del 1919, giunge alla stazione ferroviaria un robusto e barbuto figuro che, con fare determinato e sbrigativo, chiede al neghittoso facchino Serramenti di essere condotto presso la locale farmacia.


Aspetto trasandato a parte, il misterioso personaggio è Aiace Debouché, trentenne, varesino di Castellanza e, sino a qualche tempo prima, docente di chimica e fisica, figlio di un direttore di cotonificio che lo avrebbe voluto al timone della propria filanda. Tuttavia, da che mondo è mondo, le aspirazioni dei padri ‒ giuste o sbagliate che siano ‒ raramente coincidono con quelle della prole, ragion per cui, come da tradizione reale e letteraria, il giovinotto disincanta il genitore e ne eccita le ire dedicandosi alla ricerca farmaceutica e acquistando la bottega di uno speziale ‒ ormai prossimo al pensionamento ‒ per vendere i suoi ritrovati e tentare di sanare i malesseri di una comunità tanto piccola quanto vivace nelle azioni e nei pettegolezzi.
Ha inizio dunque la parabola di un uomo che, in quanto farmacista, è tenuto ‒ in virtù delle consuetudini dell’epoca ‒ ad avere un profilo pubblico elevato e a frequentare i maggiorenti del luogo tra cui spiccano il segretario comunale Verbanio Defabris, il medico condotto Amelio Volpolini, il parroco don Liviani e la levatrice Novarena Sanapeni.
Il carattere umbratile di Debouché stimola le fantasie e le dicerie di coloro che lo vorrebbero sodale ‒ se non altro per amor di casta e d’apparenza ‒, ma l’ostinato uomo di scienza si dedica anima e corpo alla preparazione sperimentale di un galenico in grado di sconfiggere la cronica stitichezza che affligge gran parte dei bellanesi, trascurando tutto il resto e affidando le incombenze della casa e della quotidianità a Cagnoletta, domestica sordomuta, ma non certo priva di acume e di malizia.
Tale apparente equilibrio è scardinato all’improvviso dacché, come da manuale, «magnifico e tremendo stava l’amore» e l’agguato sentimentale non tarda a consumarsi per mezzo di un inaspettato incontro tra lo scapolo farmacista e la giovanissima Virginia, studentessa di un raffinato collegio svizzero momentaneamente in visita al bizzarro padre Vespro Bordonera, droghiere del paesello lacustre.
Sarà questa la scintilla che darà l’abbrivio ad un incendio che non può non definirsi delizia e dannazione per lo stesso protagonista. Al matrimonio ‒ celebrato in pompa magna, assecondando vizi e vezzi della sposina e dissanguando i bilanci del genitore ‒, farà seguito la scoperta di un antico problema dello sposo, inabile a sguainar la spada in occasione del legittimo ‒ e più volte rimandato ‒ duello da talamo con la sua fresca e vitale consorte.
Seguiranno le inevitabili vicende dal sapore boccaccesco, cariche di equivoci ‒ ne è un esempio la presunta gravidanza di Virginia ‒, ciarle e stravaganze di personaggi grotteschi ‒ tra i quali il moralmente rigido prevosto, la tanto ricercata levatrice e un tal Oreste Geranio che, animo d’artista incompreso, è suonator di flauto (metafora di una valenza non concessa al farmacista) ‒ che si affanneranno per assicurare molteplici lieti fini al romanzo.
Tutto ciò è ulteriormente ingarbugliato dal già citato segretario comunale Defabris che, maneggione e vanitoso ad un tempo, indiavola la trama, incrocia i destini dei protagonisti e ne alimenta le aspirazioni tramite le proprie velleità teatrali che si tradurranno in lacrimose pièces messe in scena dalla più o meno improvvisata filodrammatica del posto guidata dal capocomico Mezzasalma.
I fatti narrati si protraggono sino all’inverno del 1923 e culminano con il soddisfacimento delle aspirazioni di ognuno dei personaggi, sebbene in località e condizioni totalmente diverse rispetto alle previsioni iniziali, ma ciò che stupisce il lettore è la capacità di Andrea Vitali di creare un microcosmo reale e contemporaneamente assurdo in cui la malattia è edulcorata, le lacrime del dolore sono indistinguibili da quelle della gioia e le innumerevoli combinazioni che si sviluppano dall’interazione tra persone diverse ‒ per cultura o estrazione sociale ‒ sono sapientemente utilizzate per generare una storia che allieta, insegna a sperare e a non prestar peso ai «parrucconi» che in ogni ambito dispensano non richiesti consigli in nome di una presunta sapienza che, alla prova dei fatti, latita.
Il tutto è raccontato con il favore di una prosa scorrevolissima, generosa, mai banale, perfettamente duttile nelle mani di un autore che la modella, di volta in volta, adattandola a momenti comici, situazioni surreali, riflessioni seriose e dialoghi paradossali.
Il risultato è un libro divertente, non esente dai richiami delle novelle del Boccaccio, dagli echi della spassosissima Mandragola di messer Machiavelli e dalle reminiscenze manzoniane che risaltano, con particolare evidenza, in Venegonda, perpetua amante delle chiacchiere al pari dell’omologa figura nata dalla penna del vecchio Don Lisander.
Vitali ci diletta con la bonarietà di un’umanità vista lago e, a giudicare dai tempi cupi, ne abbiamo profondamente bisogno. Leggerlo è senza alcun dubbio il miglior modo per essergliene grati.

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