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Tanto rumore per nulla: il vertice bilaterale Cina-Stati Uniti d’America dal punto di vista pratico ha raggiunto risultati modesti, limitati esclusivamente alla sfera economica. Ciononostante, almeno, Xi Jinping deve ritenersi del tutto soddisfatto perché la due giorni a Pechino con Trump, simbolicamente, ha significato il riconoscimento definitivo di super potenza mondiale della Repubblica Popolare Cinese di pari livello e dignità agli stessi Usa.

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Nel nuovo ordine mondiale si appalesa, invece, la retrocessione a ruolo subalterno sia della Russia, ormai socio di minoranza del Dragone, che l’Unione Europea, “aspirante potenza” dalla quale l’attuale inquilino della Casa Bianca vuole persino svincolarsi da ogni “patto societario”.
In contemporanea alla visita del Presidente Usa nel “paese celeste”, Mario Draghi, in occasione del ricevimento del premio Carlo Magno ad Aquisgrana, ha lanciato, ancora una volta, l’allarme sull’Europa, sostenendo che “per la prima volta a memoria d’uomo, siamo soli… o meglio siamo soli insieme”.
Sull’irrilevanza politica dell’Europa, dunque, nessuno pare ponga dei dubbi, né tanto meno le molteplici ricette offerte, come per esempio l’obiettivo di “avviarsi verso l’unione politica”; oppure praticare il “federalismo pragmatico”, concepito da Mario Draghi, o ancora favorire “un’Europa a due velocità” sembrano (sotto il profilo pratico) efficaci a costruire una vera e propria soggettività politica europea che si imponga come protagonista della comunità globale. Perché?
In primo luogo per realizzarla il fattore tempo è determinante ed in questo quadro storico geopolitico tempo non c’è, oltre al fatto che bisogna avere il coraggio di rimediare agli errori iniziali, ma soprattutto considerare il tema, che tra l’altro non è stato affrontato per nulla, della rinascita della valenza degli Stati-Nazione che ostacolano le varie forme di organizzazioni internazionali e transnazionali di cui l’Unione Europea rientra strutturalmente tra queste.
Lo Stato, che per tanto tempo dalla seconda metà del secolo scorso è stato considerato in agonia o superato, ha riacquistato quella funzione primaria essenziale, considerato che, alla prova dei fatti, resta ancora, almeno nei momenti topici e drammatici, l’unica forma di sistema sociale idonea ed efficiente alla protezione dei cittadini e tutela dei popoli.
Per esempio, durante la pandemia del coronavirus, ogni singolo stato (e non altri) ha dovuto affrontare, sebbene globale, l’emergenza sanitaria, rappresentando questi uno dei fattori chiave di accelerazione del processo di ripresa a nuova vita, già, comunque, in corso, dello Stato.
In effetti, sotto certi aspetti le attuali crisi regionali e la latitanza del diritto e delle istituzioni internazionali sono in parte conseguenza dell’impressionante e sorprendente rivitalizzazione degli stati nazionali, del ritorno del tema dei confini e con essi, inevitabilmente, degli egoismi nazionali i cui interessi sono prevalenti rispetto a tutto e tutti.
Ecco le ragioni di un mondo sempre più caotico ed aggressivo, ove le alleanze si costruiscono flessibili e temporali, rimescolandosi in modo contingente e repentino.
Non vi è chi non vede che il principio di collaborazione e cooperazione è stato sostituito da quello di competitività tossica e rapace senza limiti.
Su tali presupposti rimane possibile realizzare una casa comune europea?
L’Unione Europea non esisterà, fino a quando non c’è risposta alla famosa domanda di Henry Kissinger “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”.

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