Navanteri

L’ordinanza di sospensione del Tribunale per i Minori dell’Aquila della potestà genitoriale al padre Nathan e alla madre Catherine Birmingham, affidando i figli Utopia Rose, Galorian e Bluebell ad una struttura protetta di Vasto ha diviso l’Italia, ritenendo per molti, compresi alcuni esponenti della maggioranza parlamentare, deplorevole che lo Stato possa intervenire nella vita delle famiglie.

Bnl

Il caso della "famiglia del bosco" di Palmoli in fondo ripropone una vecchia questione, tuttora in corso, sul concetto di Stato ed in particolare dei limiti dell’ordinamento statuale in relazione al rapporto con diritti fondamentali delle persone.
In poche parole, viene prima lo Stato o i diritti fondamentali dei cittadini?
Nel caso di specie, quali sono i limiti entro cui uno Stato può decidere se sei una brava mamma o un bravo papà?
Per tentare una risposta, giova partire dal presupposto che nella visione hegeliana dello “Stato Etico” di cui il novecento ha prodotto diverse esperienze totalitarie (che ancora attualmente si pagano le conseguenze) il problema non si porrebbe, perché prevale sempre e comunque lo Stato, essendo portatore di diritti superiori a quello dei singoli, ritenendo l’ordinamento statale, organismo collettivo di sintesi tra le istanze della famiglia (prima forma di Stato etico), caratterizzato dall’amore e solidarietà interna (ove ogni membro è disposto a sacrificare i propri interessi per gli altri) e quelle contrapposte della società civile, espressione della prevalenza degli interessi dei singoli rispetto la collettività.
Per fortuna, lo Stato etico (che imponeva ai suoi cittadini un comportamento da seguire) è stato archiviato in favore della Costituzione Repubblicana, ispirata ai principi di stampo liberale in senso lato, ereditati dalla storia del pensiero occidentale (John Locke e Immanuel Kant su tutti), ove lo Stato rappresenta il risultato di un contratto sociale (Costituzione) tra uomini che nascono liberi e godono di libertà senza limiti, i quali al fine di assicurare la pace fra essi, cedono alcuni dei propri diritti a un organismo terzo (Stato) che di conseguenza non può perciò negare i diritti naturali come la vita, la libertà, l’uguaglianza civile e la proprietà, violando il contratto sociale medesimo.
Per cui lo Stato, in tale ottica costituzionale, in Italia ha il compito essenziale di tutelare i diritti naturali inalienabili propri di tutti gli uomini, presupponendo la preesistenza dei diritti riconosciuti rispetto all’ordinamento riconoscente.
La difesa dei diritti fondamentali è demandata, nella applicazione concreta, al potere giudiziario (separazione dei poteri), il quale, senza voler ora entrare nel merito del provvedimento giurisdizionale, oggetto di critica, ha inteso tutelare, nel caso in esame, la posizione dei diritti dei minori, del tutto prevalenti rispetto alla superata “potestà genitoriale” dei coniugi, che secondo la legge italiana non si configura come un diritto assoluto, bensì come una responsabilità che può essere sospesa o cancellata quando il benessere dei figli è in pericolo (vedi art. 30 comma 2 Cost.).
Come è noto, al centro non c’è più il potere dei genitori, ma, viceversa, i diritti inviolabili dei minori che, sebbene il più delle volte tutto passa sotto silenzio, sono violati e calpestati ogni giorno, tanto è vero che numerosi (centinaia) sono, durante l’anno, i provvedimenti di censura dei Giudici dei comportamenti inadempienti dei genitori in danno dei figli ai quali deve essere garantito il “diritto alla vita di relazione”, per come prevede l’art. 2 della Costituzione italiana, punto cruciale su cui si è basata l’ordinanza del collegio giudicante il cui scopo è quello di assicurare il pieno e libero sviluppo della personalità (sia come singolo che nelle formazioni sociali), impegnandosi la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frappongono (vedi art. 3 comma 2 cost.).
Dunque nessuna invasione di campo!
La politica dovrebbe fare un passo indietro in una vicenda così delicata e complicata ovvero tacere, atteso che il rischio non è solo quello di bruciare la casa per uccidere il topo, ma soprattutto giocare (o sacrificare) il futuro di tre bambini. 

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