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La missione di Marco Rubio a Roma per ricucire i rapporti con Papa Leone XIV, dopo gli attacchi di Trump, al di là delle frasi di circostanza, è di fatto fallita, per come si ricava dalla stessa nota del Vaticano che ha parlato di rinnovamento “del comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America”, frase che, nell’ambito diplomatico, non vuol dire altro che attuale distanza di posizioni tra le parti.

Eppure l’elezione di un pontefice statunitense sembrava il preludio ad una ritrovata sintonia tra la Casa Bianca ed il Vaticano, a seguito delle tensioni con il Papato di Bergoglio, apertamente “ostile” al mondo yankee. 
Ma cosa c’è dietro lo scontro tra Trump e il Papa? Ovvero perché questa aggressione gratuita del tycoon newyorchese contro il pontefice di Chicago che rischia di produrre una rottura diplomatica e religiosa senza precedenti? 
L’attacco frontale di Trump rappresenta l’ultima escalation di un conflitto con la Santa sede che va avanti da tempo, segno delle divisioni e delle contraddizioni che attraversano il mondo cattolico statunitense sul quale il Presidente, in aderenza a quella “visione Maga” e della cosiddetta “Deep Churc”, ha cercato di accreditarsi come guida spirituale oltre che politica. 
Tentativo fallito a causa del nuovo Papa che è stato in grado di superare, in questo anno di pontificato, quelle criticità e frammentazioni della chiesa americana, compattando i cardinali statunitensi sia conservatori che progressisti intorno a sé medesimo, elaborando una visione strategica alternativa (in contrasto) a quella della Casa Bianca. 
In effetti, l’amministrazione Usa ha incredibilmente ignorato che la dottrina della Chiesa impone la ricerca della pace e il rifiuto della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti. Questo principio in continuità con il passato (Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio), riaffermato con “forza“ da Papa Prevost, si è scontrato frontalmente con le recenti scelte dell’inquilino della Casa Bianca. In tal senso non potrà sfuggire la condanna netta espressa dal Vaticano per i bombardamenti in Iran e per le operazioni militari israeliane in Libano, oltre a mantenere una posizione critica sull’aggressione russa in Ucraina, nonché le politiche di deportazione degli immigrati, deludendo di conseguenza le aspettative di sottomissione politica della Chiesa al Presidente Usa.
In verità, Leone XIV è stato costretto a reagire con parole dure per difendere la vita umana e le strumentalizzazioni arbitrarie della fede cristiana, quando, durante l’omelia della domenica delle Palme, ha ricordato che «Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue»
Per cui dietro questa aggressività non si nasconde, soltanto, una profonda disperazione politica di Trump, legata al timore di perdere i consensi dei cattolici nelle imminenti elezioni di medio termine, essendo stati decisivi nelle elezioni presidenziali del 2024, bensì uno scontro strutturale ineludibile tra due visioni del mondo che non possono convivere: da un lato quella che si legittima nella forza, nell’identità e nella promessa di redenzione terrena; dall’altro un’idea di potere che ha dei limiti consistenti nella mediazione e nella responsabilità morale. 
Pertanto, due statunitensi al comando all’opposto, con una concezione diversa ed antitetica, anche sotto il profilo della funzione dell’Occidente, nonché degli Stati Uniti stessi, ormai oggetto di un “esame morale”, per come dichiarato dal Cardinale di Washington.
In tale aperta contesa, il tempo sembra dalla parte di Papa Leone XIV, il quale alla forza di fuoco di Trump ha risposto con il messaggio potente del Vangelo.
 

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