Dietro le spettacolari bizzarrie internazionali di Donald Trump, che senza dubbio esprimono la “natura stravagante” dell’inquilino della Casa Bianca, sussiste piuttosto un’azione strategica di rinsaldamento nel sistema internazionale del ruolo centrale degli Stati Uniti, il quale è impegnato fermamente a superare l’attuale stato di caos della comunità globale.
Tale fase di instabilità, progressivamente cresciuta negli anni, trova origine intorno al 2007/2008/2009, anni in cui gli Usa sono stati colpiti dalla crisi economico-finanziaria le cui ripercussioni, a livello mondiale, hanno avuto effetti rovinosi almeno fino al 2013.
Il mondo occidentale (ed in particolare gli States) in quel momento ha iniziato ad offrire segnali (o almeno così è stato percepito) di declino economico ed appannamento politico-militare, rovinando, per esempio, nelle fallimentari “operazioni di esportazione della democrazia” in Afghanistan ed Iraq, nonché nelle esperienze fallaci delle primavere arabe.
Proprio in quello stesso periodo, sia Putin (conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007) che Xi Jinping (novembre 2012, in occasione dell’insediamento a segretario del Partito comunista cinese) hanno intrapreso espressamente a criticare ovvero ad opporsi allo status quo emerso dalla fine della guerra fredda.
Da quel momento si sono moltiplicati i focolai di instabilità e di crisi: nel 2008 è scoppiata la guerra russo-georgiana in Ossezia; è sorta la questione della Crimea (referendum), è iniziata la guerra civile in Donbass, è stato varcato l’ingresso di Mosca in Siria, nonché si è registrato un inasprimento delle tensioni con Taiwan da parte della Cina, oltre ai colpi di Stato in Sahel dal 2020 al 2023 fino ad arrivare, nel febbraio 2022, all’aggressione russa dell’Ucraina e, l’anno successivo, alla destabilizzazione del Medio Oriente.
Insomma, un continuo susseguirsi di crisi di cui Donald Trump, contrariamente ad una narrazione caricaturale dei fatti, c’entra ben poco.
Tutto ciò ha determinato la reazione degli Stati Uniti su larga scala per rimodulare un ordine mondiale a stelle strisce, minacciato dalle potenze emergenti.
In tale ottica, l’ex costruttore del Queens non è la causa, bensì, viceversa, la conseguenza.
In questo scenario non vi è chi non vede che la vera partita in gioco è rappresentata dall’obiettivo del primato internazionale che possono contendersi, soltanto, gli Stati Uniti e la Cina, le uniche due grandi potenze in grado di coltivare obiettivi globali, non essendo al loro pari la Russia, retrocessa, ormai, a giocare di fatto una sfida regionale nello spazio ex e post-sovietico.
Di conseguenza, per Washington la priorità assoluta strategica resta quella di ridimensionare la Repubblica Popolare cinese, l’unico Paese visto nel futuro come un vero e proprio competitor, oltre che per la dimensione economica raggiunta, altresì come potenza militare (a seguito degli ingenti investimenti programmati da Pechino) in grado di raggiungere lo stesso livello degli Usa entro il 2049 (centenario della rivoluzione).
In questo quadro, si inserisce lo scontro, sempre più visibile, su Taiwan, che gli americani, comunque, per tante ragioni, non lasceranno al suo destino, in nome di una rinnovata dottrina Monroe di divisione del mondo in sfere d’influenza.
Sussiste un filo conduttore unitario nella politica estera degli Usa, tanto è vero che il modus operandi dell’amministrazione americana (rivisitata e declinata in modo singolare da Trump) in effetti, esprime in un certo qual modo l’evoluzione di una dottrina strategica che ha origine negli anni della presidenza di Barack Obama i cui obiettivi corrispondono a quelli dell’attuale Presidente, il quale vuole ciò che volevano Biden, Obama e tutti coloro i quali li hanno preceduti.
Dunque, giammai una diversa divisione nel mondo in blocchi, perché questo significherebbe un arretramento della posizione americana, quanto piuttosto la difesa dell’egemonia globale di Washington.
La dottrina presidenziale (ed anche degli apparati) non prevede l’esistenza di zone di influenza, ma soltanto di alleati e partner i quali, in ogni regione, dovranno contribuire alla difesa di quel primato, concetto che all’Europa sfugge o che non le conviene comprendere.
Per cui gli Stati Uniti sono proiettati a controllare soprattutto l’Indo-Pacifico, l’area più importante dal punto di vista demografico, economico, militare, il cui dominio di essa porterà, automaticamente ad essere egemone su tutto il resto del globo.
Appunto per questo l’escalation contro la Cina sarà inevitabile.
Purtuttavia gli Usa, prima di procedere, non potendo permettersi di avere il Nord Atlantico scoperto, dovranno rafforzare l’anzidetto emisfero. Ecco perché Trump solleva continuamente la questione tattica della Groenlandia, di Panama, del Messico, del Venezuela e della guerra in Ucraina, la quale, nell’ottica americana, dovrà al più presto terminare, atteso che gli yankee non possono avere fronti aperti contemporaneamente.
In tal senso devono interpretarsi le accuse all’amministrazione di Joe Biden per aver commesso un errore madornale nell’aver consentito di avvicinare, come mai era successo prima, Mosca a Pechino, trasformando la Russia sostanzialmente in socio di minoranza dei cinesi. Pertanto, sarà tatticamente prioritario per Trump tentare di separare i due grandi Paesi asiatici, cosa che gli Usa avevano peraltro già fatto con Nixon e Kissinger negli anni ’70 a parti invertite. Il conflitto russo-ucraino va anche letto in termini globali.
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