Dopo aver ricevuto la diagnosi, provai un misto di sollievo e turbamento. Conoscevo finalmente il nome di ciò che mi stava cambiando la vita, e lei -la malattia- sembrava conoscere fin troppo bene me. Proprio in quel momento iniziai a sentire di avere uno scopo per cui lottare.

Tornata in Puglia, mi affidai a un neurologo di Barletta, la mia città natale. Mi prescrisse una risonanza magnetica, analisi del sangue e una terapia ospedaliera a base di interferone: tre iniezioni sottocutanee a giorni alterni. Non dimenticherò mai il primo giorno di terapia: eravamo tutte donne; alcune, come me, erano lì per la prima volta; altre, più esperte, sapevano già cosa aspettarsi. Chiesi ad alcune di loro come si sentissero dopo la terapia e quali fossero gli effetti collaterali. Volevo sapere cosa mi attendesse. Non ricevetti risposta: davanti a me trovai un muro di sofferenza. Purtroppo, non tolleravo l’interferone. Stavo malissimo. Il neurologo decise quindi di cambiare farmaco e iniziai la terapia con Copaxone. Lo tolleravo anche se a volte avevo la sensazione di soffocare, sintomo cui il neurologo mi aveva precedentemente avvertito. Soffrivo di spasticità alla gamba, parestesie e formicolii alle mani. All’inizio riuscivo ancora a camminare con l’aiuto di una stampella. Dopo un anno, però, la malattia era progredita al punto da costringermi a usarne due, fino ad arrivare al deambulatore anche solo per spostarmi in casa. Camminare anche per quattro passi è diventata una sofferenza. Oggi, se devo uscire di casa, ho bisogno che qualcuno mi accompagni con la sedia a rotelle. Quando iniziai la fisioterapia, mi venne inculcata l’idea di “odiare” la sedia a rotelle, come se usarla significasse arrendersi. Molte persone dicono di aver “combattuto” e, per questo, di non aver mai avuto bisogno della sedia a rotelle. Io la penso diversamente: ognuno ha un decorso diverso, che varia in base alla sede delle lesioni, ai sintomi, al grado di gravità e al peggioramento della malattia. Io uso la sedia a rotelle con tranquillità. È grazie al suo aiuto se posso ancora godermi ciò che mi circonda. Le strade, spesso, non sono adeguate alle esigenze delle persone con disabilità, ma ciò che conta davvero è la pazienza e la dedizione di chi mi accompagna. Avevo un’amica, Elvira, affetta da sclerosi multipla e artrite reumatoide. Non voleva uscire di casa né alzarsi dal letto, si vergognava all’idea che la gente potesse vederla sulla sedia a rotelle. Così facendo, però, finiva per trascurare anche suo figlio. Dopo un po’ di tempo, riuscii a convincerla a non lasciarsi andare. Le dissi che aveva ancora tempo, e che lo stava sprecando inutilmente. Iniziò così a uscire, a fare la spesa, e ad andare ai concerti del figlio, che suonava la tromba. Dopo il concerto di Natale, Elvira venne a mancare. La causa: i farmaci di cui aveva abusato per tanti anni.
Di lei conservo un ricordo meraviglioso. Il fatto di non esserci mai viste di persona non ha influito sul nostro legame: passavamo ore al telefono, ci supportavamo a vicenda, e riuscivamo anche a scherzare -su di noi e sulla malattia.
Grazie a Elvira ho imparato a trovare il bello anche nelle situazioni più difficili, e a riderci sopra.

@Riproduzione riservata

L'Editoriale

Crans-Montana, quando filmare vale più che salvarsi

La notte di Capodanno del 2026 sarà ricordata non per fuochi d’artificio e brindisi, ma per un incendio che ha trasformato una celebrazione in un inferno di morte. In un bar della località sciistica di Crans-Montana, nel cuore delle Alpi svizzere,...

Controcorrente

Trump non è il caos: la strategia americana per difendere l’egemonia globale

Dietro le spettacolari bizzarrie internazionali di Donald Trump, che senza dubbio esprimono la “natura stravagante” dell’inquilino della Casa Bianca, sussiste piuttosto un’azione strategica di rinsaldamento nel sistema internazionale del ruolo...

Lettere alla Redazione

Vivere o esistere?

Perché una donna?

L'angolo del Libro

Un luminoso incendio dicembrino

Gusto e Benessere

Zuppa di farro al miso

Pubblicità

Pubblicità