Ore 20.30. Ginevra si è appena addormentata. D’altronde la mattina si veglia alle 7.00, anche un po’ prima, e si fa una lunga, estenuante (per me, per noi genitori che navighiamo a vista) “tirata”: il riposino pomeridiano non è per lei. Ginevra vive intensamente 13 lunghe ore di giochi, non si ferma mai, ed io con lei. Saltella, vibra nell’aria, l’annusa, la respira, la riempie di cioccolata, bambole e dinosauri, succo, latte, cartoni, amore, vita. Di lei. E corre su e giù, fra cortile e margherite, assetata di primavera, che a volte fa capolino anche qui, in terra lombarda. Ore 20.30. Ginevra si è appena addormentata e la voglia irrefrenabile di scrivere mi assale. Il respiro di mia figlia e la lavastoviglie, il mio sottofondo. I giocattoli da risistemare. Mio marito li guarda con un misto di tenerezza e diffidenza. Io non posso far macerare la voglia di parole dentro di me: la devo assecondare. Inizio il mio viaggio. Ore 20.30. Ginevra dorme. Mio marito mi accarezza i capelli, districando, ancora una volta, i nodi dei ricci e dell’anima.

Anche in quest’oggi che in qualche modo mi celebra (che poi si apre un mondo di contraddizioni fra retoriche celebrative e reali diritti da difendere. Da conquistare) la mia domenica è stata un’altalena, un giro sulle montagne russe. Fra capricci e/o bisogni, stanchezza, desiderio proibito di leggermi un libro, malinconie da migrante, imperfezioni mammesche, gossip della domenica, qualche eco calcistica, qualche nuvola, rai yoyo, un caffè con un’amica, ed i mille impeti esultanti di Ginevra. Ginevra vivace, irrefrenabile, “monella”, anarchica, entusiasta, tenera, bella come il sole. E forse un po’ di più. Le parole mi esplodono dentro…  eppure risultano, pur con tutta la loro insindacabile forza, vane. In quest’oggi celebrativo che cosa potrei dire? Che sono stanca, imperfetta, impaurita, distratta, fra le nuvole, giocosa, grata, innamorata, a volte “ad un quarto d’ora dall’esaurimento nervoso”, altre così felice da sentirmi le farfalle nello stomaco. Ore 20.30, o forse qualche minuto è già passato, ma quando Ginevra dorme, ed il silenzio mi abbraccia, tutto si ferma. Anche il tempo. Questa giornata sta per concludersi (non ho più 20 anni, e le mie giornate non iniziano più a quest’ora, a quest’ora terminano) sto per congiungermi con l’amore che per tutta la giornata mi è mancato: il mio divano. Mio marito mi sorride, gli sorrido. Insieme, silenti, ci avviciniamo verso la culla. Le mie “mancanze” (o presunte tali) mammesche per un po’ si allontanano. Improvvisamente sono felice. Pur se imperfetta. Forse perché imperfetta. La felicità è qui, ora. L’assaporo. Auguri a tutte le mamme. Quelle funambole. Come me. Auguri alle mamme di cielo, quelle alle quali un Dio a cui non credo ha sottratto una parte di sé. Auguri alla mia. Anch’essa bella come il sole. Imperfettamente perfetta. Lei che mi manca. Lei che è qui, con me, ora, sempre. Perché le mamme, anche a km di distanza, anche quando si è adulte e mamme, ci sono sempre. Ed io, mamma lontana, mamma presente e mai invadente, mamma ironica, mamma bella, il tuo abbraccio lo sento. Mi culla. Così come lo sguardo di Ginevra.
Ps: Ginevra non mi ha regalato la classica piantina, ha capito che non ho il pollice verde, mi ha regalato un rossetto …la mia bimba duenne ha capito proprio tutto (di me).

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