Navanteri

Per scrivere romanzi è necessario avere una stanza tutta per sé, per averla questa stanza è necessario avere un’indipendenza economica, ciò asseriva nel 1929 Virginia Woolf, nel saggio “Una stanza tutta per sé”. Metafora quella stanza di un universo personalissimo in cui la donna trova la sua dimensione e la sua legittima emancipazione,

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  il suo essere se stessa al di là di schemi e ruoli precostituiti. L’amatissima signora Woolf, una delle mie scrittrici preferite, giunge a me con la sua forte penna in questa Domenica di Maggio, non proprio primaverile. La voglia di scrivere è tanta, sempre, ma manca la “stanza tutta per sé”. Vivo in un bellissimo e colorato bilocale, composto da soggiorno/ cucina e stanza da letto. Ginevra in giro per casa, la scrittura risulta essere impossibile. E poi piove, e la pioggia mi ispira, i pensieri si affollano nella mente, in un altrove che diviene la mia metaforica stanza tutta per me. Provo ad accendere il pc ma fra impegni mamameschi e caos, lo rispengo. E continuo a pensare all’amatissima Virginia: è necessaria la stanza tutta per sé, dove per anche una mezz’ora (un’ora troppa grazia!) poter chiudere la porta, ed aprire l’anima, esplorandola. Improvvisamente smette di piovere,(succede anche a Milano, ogni tanto) mio marito in un momento di piena solidarietà genitoriale (succede anche ai mariti di avere di questi slanci generosi) decide di portare Ginevra al parco. Prima di uscire, sulla porta, mi chiede se ho voglia di andare con loro, un mio sguardo che lancia tuoni e saette è più esplicativo di mille risposte. Finalmente il silenzio, la scrittura, la stanza tutta per me. E mentre i miei pensieri prendono forma, i miei occhi guardano i giocattoli di Ginevra, sorrido, e di citazione in citazione credo di avere “il mio monolocale che diventerà un castello”( si va bè la prima citazione era di Virginia Woolf, e questa seconda di Jovanotti, ma bisogna avere la mente aperta… ). Il mio altrove è qui ed ora, fra Whinnie Pooh e Milan Kundera, fra Topolino e Virginia Woolf, fra stanchezza e sorrisi, fra aspirazioni ed un quotidiano mamamesco impegnativo e dolce, fra mio marito e gli attimi tutti miei. Perché la vita, forse, non è nient’altro che un gioco di equilibri, fra silenzi e caos colorato. Perché noi siamo un po’ di tutto. E riusciamo a contenere tutte le nostre emozioni. Saziandoci degli attimi di respiro, che hanno il sapore della quiete, così come del caos di una bimba, del suo sorriso innocente sul mondo, che ha in sé tutta la poesia del mondo.

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