Ad un anno dalla scomparsa, è stata pubblicata da “Luigi Pellegrini editore” una interessante e particolare biografia, intitolata “Grazie”, scritta da Silvana Alessio, sulla figura del proprio coniuge, Prof. Aldo Pugliese.
Il libro ripercorre, attraverso l’inserimento di documenti, interviste, articoli di giornali e foto, le tappe più salienti dell’intensa attività umana (1936-2025) dell’insigne intellettuale e politico spezzanese, protagonista della vita pubblica locale e nazionale fino agli ultimi giorni della propria esistenza.
Si evince dalla suddetta biografia come la politica abbia rappresentato il leitmotiv della vita dell’ex ispettore Miur la cui personalità è stata contraddistinta principalmente dalla dimensione totalizzante di essa (azione politica).
Tutto è politica ovvero funzionale ai processi sottesi ad essa.
In tale prospettiva dovrebbe interpretarsi la visione del Pugliese, il quale nell’esperienza terrena è andato sempre alla ricerca di decodificare il significato degli eventi storici e parimenti intuirne in anticipo (virtù che hanno pochi) l’evoluzione e la direzione di marcia.
Dunque, un vero e proprio pensatore (autonomo e critico) le cui attività di natura pubblica, svolte durante la vita, devono ritenersi sempre riconducibili alla propria elaborazione politica in radice di stampo marxista-leninista.
Pensiero ed azione sono quei fattori che stanno alla base dell’intera vicenda umana del più giovane Sindaco Spezzanese di cui il recente scritto (della coniuge Silvana Alessio), altresì, è stato in grado di offrire una serie di spunti e risposte alle scelte dell’allora segretario dell’associazione d’Amicizia Italia – Albania, ruolo che gli diede una visibilità e spessore internazionale.
Per cui in questo tentativo di ricostruzione della figura del Pugliese sembra venuto il momento di affrontare con serenità “uno dei nodi ancora irrisolti” o meglio non chiariti che tanto hanno amareggiato in vita “l’erede politico di don Giovanni Rinaldi” (che pagò), riguardante il tema della “scissione con il Pci” nel settembre/ottobre del 1966 di cui parlarono quotidiani locali, nazionali ed internazionali.
In effetti, contrariamente a quanto si è tentato negli anni di far passare (per tanti motivi di opportunità politica e quant’altro), quella scelta di rottura con il Pci non può certo configurarsi nè come un tradimento, né d’altronde espressione di una mera avventura personalistica, bensì, al contrario, come il frutto di una ragionata (seppur sofferta) critica aperta alla linea politica nazionale del Partito di Luigi Longo da parte del giovane consigliere provinciale cosentino.
Come è noto, tutto trae origine dal contesto politico internazionale ed in particolare dal XX Congresso del PCUS del 1956, con la denuncia dei crimini di Stalin da parte di Krusciov nel “discorso segreto”, che innescò (anche in ragione dei fatti di Ungheria) una crisi profonda nel blocco comunista, mettendo in discussione l’egemonia ideologica sovietica.
In Italia il Pci affrontò la crisi con cautela, ritardando una risposta organica. Togliatti nel VIII Congresso nostrano tentò di reagire, lanciando la concezione del “policentrismo” in contrapposizione alla rigida obbedienza a Mosca, ovvero con l’affermazione dell’autonomia del percorso politico dei vari partiti nazionali comunisti.
Tuttavia l’imperante revisionismo dei partiti comunisti-occidentali era considerato da molti militanti un gravissimo e diretto pericolo per le grandi vittorie storiche conseguite dal proletariato, per il socialismo, per il marxismo-leninismo, perché il suo scopo era quello di soffocare qualsiasi tentativo rivoluzionario, nonché “far degenerare in ogni paese il marxismo-leninismo in volgare socialdemocrazia” sul presupposto che la comune ideologia borghese, oltre che l’identità d’interessi in molti campi avevano avvicinato e univano sempre più strettamente i revisionisti moderni e gli imperialisti, i socialdemocratici e tutti i vari servitori dell’imperialismo nella lotta contro il comunismo, contro la rivoluzione proletaria.
Per tale motivo il movimento comunista internazionale attraversava una grave crisi, che bisognava superare in modo rivoluzionario, per recuperare il terreno perduto dopo il “termidoro kruscioviano” e le infauste conclusioni del congresso della “destalinizzazione”. Di conseguenza, in tale complicato periodo di ritirata della rivoluzione, di confusione ideologica e politica, “era necessario e urgente strappare la maschera e denunciare le posizioni e l’attività dei partiti revisionisti, la loro propensione a fondersi e trasformarsi in partiti socialdemocratici, puntelli sociali dell’imperialismo, per dare impulso alla formazione di veri partiti marxisti-leninisti” che, ormai vedevano nel Partito comunista cinese di Mao (con la contestuale rivoluzione culturale) un’alternativa seria e credibile rispetto le esperienze sovietico-europee, nonché come l’unica forza antirevisionista (insieme al Partito comunista Albanese) che si spinse a polemizzare, anche, con lo stesso Togliatti attraverso il famoso articolo apparso il 31.12.1962 presso il giornale ufficiale del Pcc dal titolo “le divergenze tra il compagno Togliatti e noi”, ove il segretario del Pci veniva accusato senza mezzi termini di aver abbandonato il marxismo e di essere uscito dalle file del movimento rivoluzionario.
Si rafforzò in Italia l’idea che la Cina potesse rappresentare un modello di percorso rivoluzionario alternativo a quello sovietico.
Per capire il clima del periodo, giova richiamare quanto raccontò lo scrittore Edoardo Sanguineti: “Me ne innamorai più o meno nel’63… rappresentava la speranza di un socialismo non burocratico, non tiranno, in movimento, ed appariva come l’unica alternativa per chi aveva scarsa simpatia per il capitalismo e forti dubbi sull’Unione Sovietica”.
Su queste basi ideologiche e “sbornia culturale” si è innestata la vicenda politica del prof. Pugliese che fu tra i precursori della necessità di una contrapposizione forte ed energica al revisionismo del Pci (e del gruppo dirigente), attraverso la costruzione di un fronte concorrente ed alternativo, aderente a quei principi marxisti, tesi ad avviare la costruzione di una piattaforma politica di rilancio radicalizzato del movimento rivoluzionario.
Pertanto, in tale quadro lo strappo del 1966 spezzanese non fu un fenomeno solitario ed isolato, bensì più generalizzato e diffuso, tanto è vero che il Pci è dovuto ricorrere ai ripari con lo strumento delle espulsioni in tutto il territorio nazionale per bloccare sul nascere quell’aspirazione di virare su posizioni ideologiche e programmatiche più conformi alla dottrina marxista-leninista.
Oltre al Pugliese ed al Senatore De Luca vennero defenestrati numerosi dirigenti e militanti non solo calabresi, come per esempio, il consigliere Morelli Michele di Longobucco, l’ex deputato regionale di Palermo Semeraro, diversi consiglieri provinciali e cittadini di Frosinone ed Anagni, nonché vennero radiati dal Pci di Piacenza gli avvocati “filo-cinesi” Metrodoro Lanza (capogruppo in comune Pci), Vincenzo Rossi (capogruppo in Provincia del Pci) e Ubaldo Buttafava e Felice Trabacchi, allora segretario della sezione di San Polo Guerino Richelmi. Proprio in quel arco temporale, il Pci registrò una flessione di iscrizioni di circa duecentomila militanti. Altrettanto vale per il partito comunista spezzanese ridottosi in modo consistente (vedi “Una storia politica - Memorie di Spezzano Albanese” di Domenico Tursi).
Il punto critico (col senno di poi) dell’azione del Pugliese forse è stata quella di anticipare un dissenso latente all’interno del Pci, di cui quest’ultimo ne registrava e coglieva l’ampiezza che in seguito sfocerà con maggiore forza (alla fine degli anni sessanta e inizi settanta) nelle esperienze soprattutto extra-parlamentari neo-maoiste (vedi Lotta Continua, Servire il Popolo o Avanguardia operaia).
In altre parole, i tempi non erano maturi sebbene le ragioni del dissenso, all’epoca, restarono vive ed insolute nella loro tragicità.
Il merito della biografia su Aldo Pugliese, dunque, oltre a far conoscere alle nuove generazioni la vita ed il pensiero di un intellettuale della terra arbëreshe, essa restituisce ai lettori, attraverso la figura del medesimo, la ricchezza della storia di un paese, protagonista delle dinamiche globali.
Con la dipartita del prof. Pugliese si chiude quella storia.
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