I pionieri italiani del ciclismo furono uomini comuni temprati dalle rinunce e dagli sforzi immani a cui la vita obbliga quando si ha la mala ventura di nascer poveri, spezzarsi la schiena e, nonostante ciò, continuare ad essere indigenti. La fame non è cosa di cui andar fieri, morde famelica, dilania la dignità, inacidisce e infligge sofferenza e, seppur dai pulpiti si predica carità, è sin troppo scontato che per uscirne si può contare solo su se stessi e far leva sull’atavica paura di rimaner cenciosi come i propri padri e chi li ha preceduti.
È in questo clima che nasce il ciclismo ed è lo spirito di riscatto che, almeno alle origini, lo alimenta.
C’è un’ambizione, c’è un’etica e c’è un’epica, ma tutto ciò è nulla se non si tien conto di muscoli contratti e doloranti che premono sui pedali non tanto per raggiungere un traguardo quanto per allontanarsi dalla miseria da cui si è partiti.
Non ci sono sponsor, scommesse, denari, ma catorci malmessi ‒ spesso presi in prestito o riadattati alla meglio ‒, tracciati in terra battuta che si trasformano in nuvole di polvere o trappole di fango a seconda della stagione, ma su tutto domina la curiosità di veder spuntare qualcosa oltre la curva o in cima alla salita: che sia un destino finalmente propizio o la semplice ebbrezza dell’arrivo poco importa, dal momento che è in corso la fuga da un’esistenza che non piace.
È un ciclismo di fatica e di sogni affidati ad ingranaggi, materiali ferrosi e gomme sempre sull’orlo di forarsi che, ad onta della fragilità, detengono il potere di regalar diletto e creare la salvifica illusione che sempre si accompagna alla gloria sportiva.
Gianni Brera, da buon conoscitore di uomini e vini, racconta la temperie dell’epoca attraverso le vicende di Eberardo Pavesi (1883-1974), ciclista della Bassa padana e partecipante alla prima edizione del Giro d’Italia, festosa e iconica manifestazione su due ruote nata nel maggio 1909 dalla lungimirante iniziativa de La Gazzetta dello Sport, quotidiano fondato pochi anni prima ‒ 3 aprile 1896 ‒ dalla caparbietà di Eugenio Camillo Costamagna e Eliso Rivera, giornalisti di razza a torto quasi dimenticati.
La prosa breriana è saporosa, generosa e schietta, vivace e avvolgente come un buon bicchiere di Bonarda ma, al contempo, colta e capace di guizzi che allietano e soddisfano anche il lettore più scettico. Il ritmo narrativo è variegato e ben si presta a sostenere le immagini di una Milano tardo ottocentesca che al progresso verso cui è votata affianca ancora i retaggi di una tradizione contadina di cui stenta a liberarsi.
Ne emerge un quadro vagamente pittoresco in cui il laico miracolo meccanico della bicicletta ‒ «anti-cavallo» attraverso cui «l’uomo divenne somiero di se stesso e si esaltò del proprio vigore» ‒ abbandona il ruolo di divertente gingillo borghese per tramutarsi in strumento di inaspettate «misteriosissime simbiosi dinamiche» che consente a «uomini difformi piccoli sgraziati» di diventare ‒ a dispetto della loro povertà ‒ eroici «giganti della strada».
Addio, bicicletta è il ricettacolo di storie esemplari in cui lo sport è motore per tentare scalate sociali altrimenti impossibili. Ne è testimonianza il già citato Pavesi, figlio di fornaio e panettiere egli stesso, che macina chilometri sino a fare del ciclismo una professione, pur allenandosi con un velocipede male in arnese e sostentandosi a suon di uova, pastasciutta e salame in dosi che farebbero venir l’orticaria ai filiformi ciclisti d’oggigiorno a cui la scienza impone ascetiche diete e insipidi integratori.
Stesso destino è quello di Luigi Ganna (1883-1957), vincitore del primo Giro d’Italia, anch’egli brillantemente tratteggiato nel romanzo breriano col suo fisico scolpito da muratore e la ferrea volontà di chi la fame la conosce e la teme. Non dissimili appaiono anche altre interessanti figure che fanno capolino tra le pagine: Carlo Galetti (1882-1949), i cui giorni si consumano tra le pedalate e gli inchiostri della tipografia in cui lavora, il piemontese Giovanni Gerbi (1885-1954), garzone di professione, e Mario Bruschera (1887-1968), prima ancora che ciclista oste milanese che «contribuisce ai sogni ed alle cefalee di mezzo rione».
Ben presto, l’Italia non basta a questi atleti del popolo e gran parte di essi sconfina, partecipando al Tour de France ‒ organizzato a partire dal 1903 ‒ e venendo a contatto con un ciclismo transalpino già evolutosi dalla fase dilettantistica a quella professionale. Ne derivano nuove e costruttive esperienze per gli atleti nazionali e l’immancabile appellativo di macaronis scherzosamente biascicato loro dagli omologhi francesi.
Il comune denominatore dell’intero libro è il desiderio di racchiudere e tramandare ai posteri una straordinaria mistione che comprende «l’impresa sportiva in sé, l’umana esaltazione di superarsi, l’epico dei nostri successi, il drammatico delle nostre sconfitte; le fauste giornate e le avverse; le cotte strepitose e irresistibili, i penosi ricuperi, la nostra mortale stanchezza di uomini».
Brera ci riesce perfettamente, con garbo, arguzia e ingegno ma, al termine della lettura, ci sentiamo inevitabilmente orfani. Egli ci manca, così come mancano Gianni Mura e Sandro Ciotti, cantori dell’epopea di un ciclismo che non è più, inghiottito in un tritacarne mediatico ed economico che ne ha svilito la natura sportiva. Mancano altresì le loro parole ‒ precise, eleganti, aneddotiche, sapienti ‒ in grado di trasfigurare il giornalismo in letteratura e la cronaca in storia, cesellando il racconto di una gara di velocità con toni che non sfigurerebbero nella descrizione di un torneo cavalleresco rinascimentale.
Manca tutto questo, ma resta ineluttabilmente la passione ‒ che, per fortuna, non si spegne con gli uomini ‒ per una maglia ‒ quella rosa ‒ che è un privilegio indossare, che costa fatica e sudore, ma regala un frammento di eternità, forse metafora stessa della vita che, di per sé, è corsa inarrestabile, scalata di montagna, frenata in discesa, volata di pianura, ma pur sempre proiezione verso una meta e un trofeo iridato.
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