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(A mio padre. Un anno dopo)

Nel mio paese natio vi è una strada, che è situata in un vicolo, in essa risiede ogni mia malinconia e sentore poetico. Tale strada è via Carlo Alberto, meglio nota come la Zafferana.

La Zafferana è la casa dei miei nonni paterni, è dove ho passato la vigilia di Natale, e dove fra baccalà fritto, rape e salsiccia, cipolline al pepe rosso, un camino ha cullato la mia infanzia.
Una piccola casa, ordinata, ben tenuta, l’odore del cibo, come una finestra sul mondo e sul potere delle immagini. Cristallizzate: nell’anima. Tempi lontani che rimandano a giorni ancora più lontani, quando anche l’infanzia non era cosa per bambini. Quando quella stanza in via Carlo Alberto che tanto seppe accogliermi e riempirmi di amore, quella stanza per me così poetica, ha disvelato il suo volto più vero: “Dettato solo dalla povertà”. Quando l’infanzia non era la mia, ma quella di mio padre, quando i doveri troppo presto hanno sostituito i giochi, ammesso che tu abbia mai avuto davvero un gioco. E chissà quanti ne hai sognati, vietandoti persino il semplice desiderare. E non ci sono colpe, nessun giudizio verso i miei nonni, i tuoi genitori, l’unica colpa la lotta di classe non avvenuta e non compiuta, certamente lontanissima dalla Zafferana, da quella via Carlo Alberto terranovese. Di contro, i figli dei padroni: carichi di giochi e di futuri sognanti, quando, già bambino, ti dissero di chiamare un tuo pari con l’appellativo di Don. E forse, è proprio in quella Zafferana più che nelle sedi istituzionali della politica, nelle “c’ era una volta una sezione”, in quelle lunghe e vane attese della visita della Befana o di Babbo Natale, i quali, deduco, non abbiano mai avuto il tuo indirizzo, che la coscienza politica ti ha reso ciò che coerentemente sei sempre stato: un comunista. Figlio di contadini, ribelle per vocazione e per necessità, te ne sei scappato, veloce come un fulmine, da quella Zafferana, hai lavorato, quando non avresti né dovuto né potuto, hai viaggiato, forse lo sentivi che dovevi rincorrerla la vita, che già ti stava sfuggendo: Torino, la Svizzera, l’Emilia, la Rossa Bologna, la Toscana, Milano, Germania, Napoli (la “tua” amatissima Napoli!), Capri (sì, Capri: perché il comunismo tu l’avevi capito, non avremmo dovuto tutti essere più poveri, bensì vivere: bene!), Rimini e Riccione, e chissà quanti altri posti che si confondono nella mia memoria e nelle narrazioni famigliari, come in un romanzo popolare. Sei sempre tornato, in quella Zafferana, e a Glaratella, la campagna. Tornavi recando stupore nei ragazzini del quartiere, poveri fra i poveri, avevi sempre una nuova macchina, che le auto ti piacevano tanto, e portavi occhiali da sole e foulard, completi di lino e di velluto, veri lussi da signori, stupore e ammirazione che mi è stata raccontata proprio di recente, “Che non se lo sono dimenticati a Peppino”. E poi un giorno sei tornato con mia madre, la più bella del reame, lei al contrario tuo non vanitosa: vestita solo della sua intramontabile bellezza e dal suo penetrante sguardo verde. Ed è in quello sguardo che hai trovato finalmente approdo. E casa. E famiglia. E ti sei fermato, fra quelle braccia che fino all’ultimo ti hanno accompagnato. Ora che della Zafferana restano solo gli echi di “Stoviglie color nostalgia”, ora che sono morti tutti, ora che il silenzio ha sostituito l’eterno spettegolare, ora che ho ritrovato le tue agende, pre-malattia: i tuoi ultimi scritti, un’analisi su Berlusconi, degna di un intellettuale, che sei stato dirigente, quando un meccanico era dirigenza, con passione e competenza e le analisi le sapevi fare, ora che alla Zafferana, spettrale e silenziosa, saprò tornare io, con il titolo da dottoressa, “Che anche l’operaio vuole il figlio dottore”, l’eterno precariato, eppure un qualcosa che somiglia ad un tentativo di riscatto, e tutta la nostalgia del mondo. Ora che più che mai, nonostante le temperature roventi, quel camino non saprebbe scaldarmi. Ora che più che mai la Zafferana è preziosa e struggente.

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