Arrivi al ristorante, l’atmosfera è quella giusta e il cameriere, con un sorriso ammaliante, ti sussurra: "Oggi abbiamo un fuori menù speciale: tagliolini al tartufo e profumo di bosco". Ti fidi, sogni già il primo boccone, ordini... e poi arriva il conto, più salato del previsto. 

All'improvviso quel profumo di bosco assume un sentore amaro. Una situazione del genere è capitata a tutti almeno una volta e, dopo magari essersi complimentati con lo chef per la bontà del piatto, si passa alla contestazione. Ma la legge in tal caso da che parte sta? Il Codice del Consumo e il caro vecchio Art. 180 del RD 635/1940 dicono chiaramente che il ristoratore deve giocare a carte scoperte. In pratica la trasparenza prima di tutto: il prezzo deve essere indicato per iscritto, magari su una lavagnetta o un inserto nel menù se si tratta di fuori menù o “piatto del giorno” o comunicato a voce in modo cristallino prima che l'ospite dica "sì, lo voglio". Niente sorprese, niente contestazioni: Se il prezzo non è stato reso conoscibile in anticipo l'ospite ha il diritto di contestare l'addebito. Senza un prezzo chiaro manca il "consenso consapevole" ed è lecito rifiutare il pagamento di cifre astronomiche a tradimento. Come sopravvivere La soluzione è più semplice di quanto pensi, anche se a volte ci sentiamo in imbarazzo a metterla in pratica: Chiedere non è peccato. Domandare "Che bel piatto, quanto costa?" non ti rende una persona scortese, ma un consumatore informato. È un tuo diritto sacrosanto. Se sei dall'altro lato e gestisci un locale, comunicare il prezzo subito e in modo chiaro ti semplifica la vita e la reputazione. Evita recensioni al vetriolo su TripAdvisor e discussioni infinite in cassa. Di queste "trappole da tavola" e di come uscirne con eleganza (e legalità) si parla diffusamente nel libro “A cena con diritto” di Alessandro Klun.

In collaborazione col giurista Alessandro Klun.

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